B.

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Getta l’anima oltre l’ostacolo e vai a riprenderla, diceva sempre mio padre, ma io vedevo i traguardi sotto il mio naso; là, oltre quegli ostacoli, c’era qualcosa che non desideravo raggiungere: così io e la mia anima non ci siamo mai dovuti separare. Speravo di potermi costruire un tranquillo rifugio di serenità in una dimensione piccola, forse senza ricevere l’approvazione degli altri, come se in fondo importasse; ma quando da ragazzo immaginavo cosa avrei fatto da grande non pensavo che sarei diventato un sovrapprezzo. Il silenzio mi investe in lunghe ore di solitudine quasi tutti i giorni. Per i primi tempi la speranza mi teneva compagnia: mi affacciavo, quello si fermerà, questa è la volta buona, invece no. Sono diventato un disilluso. L’unico traffico con cui sono finito ad avere a che fare è nella mia testa: una lunga colonna di pensieri stanchi che si sorpassano l’un l’altro senza migliorare di fatto la propria posizione.
Ho custodito da protagonista una tappa obbligata di desideri e ancor più spesso di necessità; ora mi si guarda come si guarderebbe un museo. Non che fossi mai stato indispensabile, ma ero sicuramente utile, se non altro in un modo che potrei dire romantico; ora questa utilità è diventata superflua. Alcuni dei pochi che ancora passano di qui quando sono presente si vergognano di non saper fare da soli ciò che faccio. Altri passano a tarda sera, se non di notte, quando ormai sono lontano. Ho spesso architettato di aggirarmi qui in quei frangenti come un ladro, un ladro in casa propria, per poter osservare le persone; nei sogni ad occhi aperti giungo in loro soccorso perché all’improvviso si rende necessario: qualcosa si inceppa o pare non funzionare come dovrebbe. Non ne ho il coraggio, anche se forse coraggio non è la parola adatta.
Un rombo familiare vorrebbe riportarmi alla realtà, ma tutto sembra ancora sospeso: mi sento conteso in un braccio di ferro fra due dimensioni di uguale potenza. Poi, un finestrino si abbassa. Eccomi. Il pieno, il pieno per favore.

Una cassetta

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Sono stata in molti posti, ma non ho visto quasi nulla. Sono attaccata ad un muro, confinata alla periferia; lo spettro dell’antiquariato sembra dover piovere da un momento all’altro. L’insegna al neon del bar di fronte ha un N morente, che si accende a intermittenza in sequenze di lampi pigri e disomogenei. Tutto qui intorno sembra ripeterne il gesto, poiché in continua mutazione eppure sempre uguale a se stesso. Si prosegue, ma non ci si svincola. Il barbiere, il panettiere, i loro clienti, le persone che passeggiano sul marciapiede, i conducenti delle macchine insistono oppure si rivelano presenze più o meno temporanee rispetto alla mia persistenza qui, ma come me non smuovono nulla, se non per lampi le cui tracce sono destinate a smorzarsi in un elastico, un elastico non ancora abbastanza usurato da potersi deformare. Sono qui da decenni e tanti sanno dove trovarmi, ma ci si accorge di me se non casualmente solo per necessità. Quelli che mi cercano perché hanno bisogno di me sono la mia distanza dall’alienazione. Quelli che non sapevano dove fossi e sono contenti di avermi trovata sono le mie rare pause dalla solitudine. Le lettere imbucate sono le mie uniche possibilità di contatto. Forse non sarebbe giusto leggerle, ma tutti i miei pensieri nascono e muoiono dentro di me in un circuito chiuso garantendo una sorta di segreto professionale. Ricordo che qualche tempo fa non facevo in tempo a leggerle tutte prima che passassero a ritirarle. Ora ho un bel po’ di tempo per riepilogare, intrecciare, proiettare le storie verso una prosecuzione da me ritenuta plausibile: allestisco un potenziale infinito di ordine inferiore. Leggo – quando possibile – tutte le storie che mi capitano dentro, perché ogni storia ha una sua dignità: anche una bolletta racconta qualcosa su determinate persone, pur se è qualcosa di piccolo. Ho avuto a che fare con tante tipologie di racconti, anche se il fatto di non essere stata sistemata in un luogo turistico non mi ha consentito di leggere tante cartoline quante avrei voluto. Le cartoline sono l’io-sono-qui spedito al proprio passato prossimo; spesso contengono poche parole, si limitano a essere segnalazioni. Le lettere d’addio si riconoscono subito perché sono pesanti, madide come sono di lacrime. Le lettere d’amore sono le mie preferite, per quanto siano spesso le più goffe del mazzo, ma sono anche quelle che hanno subito di più la diminuzione generale: forse perché si utilizzano altri mezzi o forse perché l’amore non si racconta più. Io sono solo un tramite, un passaggio, un depositario precario a tempo indeterminato. Mi sento un contenitore di funi gettate su dirupi. Una possibilità e al contempo una parentesi d’impossibilità. Vedo le persone schivarmi, passarmi accanto, le vedo distanti, le vedo muoversi disordinatamente, mi chiedo di chi io abbia letto una lettera, e se, o quali lettere fossero indirizzate a chi tra loro. Quali storie stanno camminando davanti a me in questo istante? Quali tra quelle che ho ritenuto plausibili si sono effettivamente materializzate? Vorrei poterne seguire una, di storia, allora mi concentro su una persona, non la perdo d’occhio, ma si allontana velocemente, svolta l’angolo, scompare: non ne ho avuto che una cartolina.

Ti amavo, ma non ho saputo. L’importo dovuto per il secondo trimestre è di. Spero che ci riabbracceremo presto. Non ne posso più di tutto. Tanti saluti da Carlo. Si richiede la presenza. Qui ci divertiamo molto. Buon compleanno! Ci dispiace tanto. Mi manchi. 890 euro. Spero che un giorno ti accorgerai di tutto. Ti amo, non posso più tenere dentro ciò che. Spero che le cose vadano bene anche dalle vostre parti. Non voglio stare qui. Egregio signor. Auguri! Le comunichiamo che ha vinto. 23 Gennaio. Marco ha iniziato le medie la settimana scorsa. Non respiro più l’aria che respiri e questo mi distrugge ogni volta che ci penso. Torno fra due settimane. Addio.

Il burocrate

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“Il salmone più intrepido non è quello che lotta con tutti gli altri per sconfiggere la corrente, bensì quello che decide deliberatamente di contrastare ciò che imporrebbe l’istinto e abbandonarsi a essa, lasciandosi trascinare verso l’ignoto” [un saggio Zen]

Più di una volta sono stato la solitudine. Man mano che se ne amplia la cornice ogni cosa sfuma e – prima o poi – scompare: il grattacielo del Controllo delle nascite lo fa prima di quanto non si sospetterebbe. Il mio ufficio è al quinto di settantacinque piani, lato nord. Di cosa mi occupo? Lo chiedono in tanti. Accolgo o diniego, mi occupo di questo. Nel primo caso inoltro il file del modulo di richiesta al piano superiore, lato est; in caso contrario faccio partire una mail automatica in cui, in qualche modo, qualcuno si dispiace. Sono pochi i moduli ad arrivare all’ultimo piano. Ogni persona può presentare due sole richieste l’anno, non necessariamente con lo stesso partner. Di questo controllo si occupano quelli del secondo piano, lato sud. Una volta che la richiesta viene approvata dall’ultimo piano, la coppia ha due settimane di tempo per procedere. Ai piani bassi si trattano numeri: convergenze, percentuali, confronti. Non si entra mai nel merito delle questioni. Io verifico verso quale occupazione i due aspiranti genitori hanno intenzione di indirizzare il figlio. Si indica nella pagina cinque, sezione d. “Ingegnere informatico”, per esempio. Allora io controllo quale percentuale di ingegneri informatici sulla popolazione globale si prevede ci sarà quando calcolo che il soggetto concluderà il suo percorso di studi (il metodo di calcolo è preimpostato e si basa su diverse variabili: reddito degli aspiranti genitori, loro quoziente intellettivo, una buona quantità di altri test; tutti questi dati vengo raccolti dagli uffici che si occupano delle pagine/sezioni precedenti*). Ci sono percentuali massime prestabilite per ogni attività, professione e quant’altro, diverse per ogni futuro anno solare: vengono aggiornate settimanalmente dagli uffici del Controllo del lavoro. Io utilizzo quella in vigore in quel dato momento. Se la percentuale massima è già stata raggiunta faccio partire la mail automatica. Siamo spiacenti. Anche la percentuale di disoccupazione viene fissata. I disoccupati servono soprattutto a colmare i fisiologici buchi causati da eventi irrazionali o comunque imprevedibili (decessi prematuri, crisi personali e quant’altro). Essendo la percentuale in questione più alta di quella di molte professioni non sono poche le coppie a tentare la carta “disoccupato” pur di avere la possibilità di. Non è che una sorta di autoillusione, come quando si decide di partire la mattina presto in un giorno di esodo per evitare il traffico più intenso, salvo poi rendersi conto che folle di persone hanno avuto la stessa idea, invalidando il presupposto. La scelta si riduce a diversi tipi di conformità.
Ho immaginato di essere un cartone del latte in procinto di scadere, una volta. Isolato dagli altri nel banco frigo, in attesa di una mano distratta, che però non arriva: ogni volta gli occhi interrompono bruscamente quel lampo di calore. Ho immaginato la rassegnazione. Ho immaginato di sognare di poter cambiare la data, anche momentaneamente, ingannare gli occhi. Sono stato la solitudine.
Vaglio cifre fino alla pausa di mezz’ora, che in genere uso per naufragare su internet, poi riprendo, l’efficienza come parola d’ordine. Sono stato la solitudine anche in questo ufficio, e in quelli a cui sono stato assegnato in precedenza. Assisto a un concatenarsi pigro di equilibri di cui sono un anello passivo. Assisto al triste spettacolo di me stesso fatto olio di un’inesauribile meccanica. Mi aggrappo alla possibilità di approdare un giorno all’ultimo piano. Lì ci si occupa dell’ultima pagina, che contiene una lettera scritta dai richiedenti. Solo se l’operatore piange la richiesta viene accolta definitivamente.
Accogliere o denegare. Se avessi la possibilità di sdoppiarmi inconsapevolmente come per mitosi e percorrere ambo le strade implicate da una qualsiasi domanda chiusa? Anche i doppioni così generati avrebbero la stessa caratteristica, e un giorno due di questi si incontrerebbero per caso in un bar. “Posso offrirti un caffè?” “sì” “no, posso offrirtelo io?”. Morirebbero schiacciati gli uni contro gli altri. E se capitasse a me, di incontrare per caso un mio doppione in un bar?
Fuggo con l’immaginazione. Volo fuori dalla finestra opaca dell’ufficio, lontano dal ticchettio delle tastiere, sempre più lontano, trasformando il passato prossimo in una realtà puntiforme, verso lo spazio aperto, finché non ho più di che respirare, ma posso trasformarmi in una cometa, gli osservatori si sbracciano, i teleschermi annunciano, verso sera gli aspiranti avvistatori si appostano, i curiosi, i romantici, gli annoiati si affollano poco dopo, tutti gli occhi sono puntati su di me ed eccomi, vorrei urlare, vorrei far sentire a tutte quelle persone, eccomi!, faccio infine rotta verso il Sole e mi frantumo in mille pezzi, mi disperdo come un puzzle non più risolvibile, ma è stato qualcosa, qualcosa più di tutto ciò che non sia stato finora.

* Dovete immaginare il grattacielo come una struttura piramidale: la gerarchia è verticale per quanto riguarda i piani; all’interno dei piani stessi si procede in senso orario, dal lato est a lato nord, che è il lato “superiore”; all’interno dei lati ci sono cinque uffici, numerati, l’ufficio cinque è il più importante gerarchicamente, e si va a scendere. L’unica eccezione è l’ultimo piano, che è un enorme open space senza gerarchie interne di sorta. Se un dipendente va in pensione, si licenzia/ viene licenziato, scompare o via dicendo, allora tutti i sottoposti scalano di un grado e vi sarà una recluta al primo piano, lato est, ufficio uno.

Il riparatore

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Aggiusto le persone, questo è quello che faccio. Non è certo uscito dal mio cassetto, ma mi sono ritrovato a doverlo fare e – essendo quello che si dice un perfezionista – ho affinato la tecnica fino a diventare il migliore del ramo. Le persone mi contattano per cancellare loro un difetto caratteriale. Succede per diversi motivi, di solito perché non riescono più a convivere con quel difetto – ammesso che ci siano mai riuscite; meno spesso sono gli altri, a non riuscirsi. Non è importante. Io mi limito ad aggiustare il difetto o – se non lo trovo – a eliminare la sensazione di averlo. Non dico mai al cliente quale delle due operazioni ho svolto.
Alcuni cartelloni lungo la strada cercano di vendere necessità. La stazione ferroviaria si impone, vi faccio ingresso incrociando grappoli di sguardi alienati. Il treno delle 9 e 15 mi condurrà al prossimo lavoro. Eccesso di gelosia, un caso piuttosto comune. Può succedere di abbassare troppo la soglia e che il cliente ricontatti per un nuovo lavoro. A volte alcuni clienti chiedono di ripristinare il difetto. Altri ancora cambiano idea decine di volte, suggerendo l’esistenza di un difetto ulteriore. Tengo sempre questa considerazione per me: non sono pagato per fare considerazioni. Il viaggio si concluderà nel tempo di una manciata di pensieri. Nel bicchiere d’acqua del passeggero di fronte a me una bolla d’acqua ne rincorre un’altra, ma finisce inghiottita da un’altra bolla ancora, più grande. Il paesaggio filtrato dal finestrino potrebbe ricordare – se ve ne fosse memoria – il lascito di una apocalisse silenziosa. Non scambio una parola con nessuno: quando posso evito di raddoppiare l’evidenza. Sembra che – dall’invenzione degli aggiustamenti di cui mi occupo – per le persone sia diventato sempre più difficile affezionarsi le une alle altre; spesso è per questo che chiedono un ripristino, ma quasi sempre troppo tardi. Scendo dal treno senza precipitarmi; ancora pochi passi e sarò arrivato. Attraverso una piazzetta, cui il pavé disegna addosso una goffa geometria. Di seguito, una via senza pretese ostentate è infilzata da lampioni morenti. Dovrebbe essere la via giusta: così sembrano segnalare le lettere rimanenti sulla targa. La casa della cliente – a differenza della via – pretende molto, ma pare non restituire. Sono in anticipo di qualche minuto; potrei suonare comunque, forse mi verrebbe offerto un caffè, potrei aspettare che si raffreddi quel poco che basta, gonfiarmici le narici nell’attesa. Potrei fermarmi davanti alla porta e fantasticare di essere un’altra persona, come capita spesso negli spazi vuoti della vita, ma – in un certo senso – sarebbe come pensare al lavoro anche durante questi attimi di tempo libero. Suono. “Sicura di procedere?”. Dopo la risposta affermativa procedo, come sempre. Apro la valigetta e preparo gli strumenti. Guardo negli occhi la donna; quell’espressione – forse – non la vedrò mai più. Questo è quello che faccio.

Joe Valigetta

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La vita di Joe Valigetta non era stata – almeno a un primo sguardo – che l’espressione del flettersi di tutte le tendenze umane. Nato mediamente pesante, mediamente alto con una carnagione color media risultante fra le tonalità di tutti i maschi suoi coetanei, la sua principale abilità consisteva nel non averne alcuna. Ogni giorno al suo risveglio il suo aspetto e le sue doti si adattavano alla media mondiale del momento, anche se le variazioni erano spesso minime e impercettibili; qualche autentico sbalzo si verificava davvero di rado («sei strano oggi» «guarda come si è abbronzato il nostro Joe!» «cara, non sembra anche a te che i capelli di Joe siano sbiaditi?»).
La sua infanzia fu piuttosto felice, perché da piccoli è difficile poter fissare degli scopi o dei traguardi in base alle proprie presunte qualità: in genere si sogna di diventare veterinari, magari scienziati o piloti d’aereo ma non è una questione di predisposizione quanto di amore per gli animali, per le cose che esplodono o per quelle che volano. Joe Valigetta avrebbe potuto fissare qualsiasi traguardo per doversi fermare a metà, scavalcando alcuni per essere scavalcato a sua volta da altrettanti, ma questo ancora non poteva immaginarlo. Certo avrebbe forse potuto cominciare a sospettare qualcosa, quando durante la formazione delle squadre a scuola non veniva mai scelto tra i primi o tra gli ultimi ma sempre nel mezzo qualsiasi gioco si giocasse; o quando i suoi voti continuavano ad oscillare, ma senza grossi spostamenti, intorno al discreto. Il fatto è che anche se tutto permanentemente cambia le cose poi tendono a bilanciarsi, a restare mediamente uguali, qualcosa si sposta di qua o di là e qualcos’altro fa il percorso inverso. Certo siamo costretti a vedere le cose in maniera periferica, e così ci sembra che cambino brutalmente di minuto in minuto, ma da un punto di vista molto più ampio non funziona proprio così, a meno di qualche avvenimento particolarmente raro in grado di sconvolgere gli equilibri. Joe Valigetta era il sistema di riferimento ampio, generico, forzato nei confini del periferico.

Un particolare episodio vacanziero della propria infanzia gli sarebbe risultato indelebile. Mentre costruiva un castello di sabbia sotto la veglia moderatamente distratta dei suoi (la madre sorseggiava un tè freddo alla pesca da una lattina, il padre stava risolvendo le parole crociate ed era alle prese con una di quelle definizioni che ce l’hai proprio lì sulla punta) una bambina gli si avvicinò. Profuma di menta, pensò Joe, e si presentarono. La bambina aveva degli occhi verdi, di una bellezza lustrale, e dei disordinatissimi ricci biondi; quando parlava scandiva le parole adagio, come se avesse voluto gustare appieno l’esprimersi di ogni singolo suono. Posso aiutarti, gli chiese, e lui annuì, così costruirono un castello insieme. Poi la bambina andò sotto l’ombrellone a cercare i braccioli e si gettò in acqua. Chiese: vieni anche tu? E Joe prontamente la seguì. La bambina nuotava con una certa foga, verso le barche, diceva, verso le barche. A un certo punto – potete immaginare il perché – Joe non riuscì più a stare a galla e affondò di colpo. La bambina, che di tanto in tanto si voltava indietro per cercarlo con lo sguardo, non lo vide più e si allarmò, così inizio a gridare in cerca di aiuto. Un ragazzone nei paraggi recuperò Joe e lo mise in salvo. Frastornato e disteso sulla sabbia non riusciva bene a distinguere i contorni delle forme, a separarle nettamente le une dalle altre, ma sentiva nitidamente sua madre singhiozzare con insistenza: è colpa mia. Quando Joe si riprese del tutto per la bambina fu tempo di tornare a casa; i due si salutarono da lontano, agitando le mani.

Considerazioni di Joe Valigetta sull’argomento “amore”:
«l’amore è quella cosa che quando vedi una persona che magari vorresti abitare un po’ come una casa allora le bussi la schiena piano piano e questa persona si gira ma non ti fa entrare e nemmeno viene ad abitare dentro te perché se anche lei ti ama allora ti chiede di costruire con lei una casa da qualche parte e poi piega un giornale a forma di cappello come fanno i muratori e lo appoggia adagio adagio sulla tua testa».

Joe Valigetta non aveva un carattere medio, perché non esiste, e come si farebbe a calcolarlo? Era quel tipo di persona fragile priva dell’ironia necessaria a ridere delle circostanze che la vita di volta in volta inevitabilmente presenta. Joe Valigetta proprio non riusciva ad attivare quella risata interiore, e così ci metteva un sacco di tempo a svincolarsi emotivamente da tutte quelle cose che tendiamo a vivere come piccoli drammi personali ma che presentano evidenti tratti ironici, a ben vedere.

Si svegliò presto quella mattina, una di quelle mattine di tardissima estate, quelle in cui vedi le foglie aggrapparsi disperatamente ai rami. Quella mattina, come tutte le mattine, aspettava che la spia della macchinetta per l’espresso si illuminasse improvvisamente di verde, e se ne stava proprio lì fermo – leggermente ricurvo sulla schiena – a fissare la spia fin quando ciò non accadeva, un po’ per abitudine un po’ per registrare l’attimo. Ciò avvenuto avviò la macchinetta; il caffè si riversò come una tenue cascata nella tazzina di vetro, sgretolando la mezza zolletta di zucchero grezzo. Joe usava le tazzine di vetro per poter guardare quella linea di confine color crema che si forma a cavallo fra la schiuma e la fase liquida, pensava fosse bello osservare lo spazio sfumato in cui le cose si abbracciano. Spesso non si ricordava di spegnere la luce al neon accanto alla macchinetta, e quello era uno di quei giorni in cui aveva tanti pensieri a premergli dentro, quindi la abbandonò a se stessa. A ventiquattro anni Joe Valigetta restava con lo sguardo inchiodato alla finestra sognando l’irraggiungibile, che per lui era ciò che per noi è il prossimo, ovvero quel passo verso qualcosa che la perseveranza riesce a farci muovere, ma lui no, non avrebbe potuto: i suoi passi si agitavano come in un balletto telecomandato all’interno di un cerchio di diametro arbitrario.

Alla vita certo non manca il senso dell’ironia, e Joe Valigetta trovò lavoro presso un ufficio di statistica. Non ci mise molto a catturare l’attenzione degli statistici, che loro di variazioni se ne intendevano, e non potete neppure immaginare la commozione che si dipinse sui loro volti quando scoprirono che sì, c’era una persona in grado di fare surf sul punto massimo di una gaussiana. Joe capì così, dopo tutto quel tempo, quale fosse la sua condanna, e non si può dire che la prese bene, ma almeno per lui le cose iniziarono ad avere una spiegazione. Gli statistici raccoglievano quotidianamente dati che lo riguardavano e aprirono perfino un sito internet – joevaligetta.com – dove alcuni di questi dati venivano inseriti, così che le persone interessate potessero costantemente confrontarsi con l’altezza media, con l’abilità media nel colpire una pallina da baseball e con altre cose che quasi nessuno ammetterebbe di aver consultato come la lunghezza media del pene.

Trovò l’amore, come capita ad alcuni, e se ne rese pienamente conto quando lei esclamò: c’è così tanto dentro te! Ed era vero, in un certo senso, e forse anche nell’altro, di senso. Il fatto è che ogni persona ci attribuisce un valore (o non ce ne attribuisce alcuno), e la media di questi valori non ha alcun peso, ammesso che si possa calcolare, perché stiamo parlando di relazioni biunivoche, inscindibili. L’affetto non si ammucchia, non si divide.
Non erano n mani destre sommate e divise per n ad accarezzare il viso di lei, ma la sua mano.

Al di là di tutti quei numeri con la virgola, capì che la sua vita aveva un senso, non un contenuto ma un contenere, ma anche qualcosa più in là del contenitore. Che avrebbe potuto scrivere la sua storia, una storia che non avrebbe avuto niente a che fare con quella di tutte le persone che lui riassumeva. Che arrivare in alto significa soprattutto rischiare di farsi più male precipitando. Che quasi tutte le abilità più importanti non sono correlate a un numero. Che non esiste una quantità media di emozioni da gettare addosso nell’arco di un tempo y.
Eppure.

Skyfall, di Sam Mendes

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Dopo Marc Foster, che col suo «Quantum of Solace» aveva tentato di applicare alla serie Bond il metodo grengrassiano (girando una sorta di The Bond Ultimatum), immergendoci sì nello smarrimento nella contemporaneità, cui le inquadrature si omologavano sparpagliandosi nei dettagli – procedimento che trovava il suo culmine nel montaggio alternato utilizzato per spezzare e inframezzare l’azione (la sequenza con il Palio di Siena e altre analoghe) – purtroppo perdendosi a sua volta, questo «Skyfall» di Sam Mendes, pur non rinunciando al gusto per il dettaglio (si veda – a titolo di esempio – l’inquadratura sul riflesso del retro di uno specchietto della Aston Martin DB5 di Bond), mantiene una lucida visione d’insieme: davanti allo smarrimento ci offre una sorta di GPS.
Mito consapevole (perché sopravvissuto al postmodernismo) Bond fronteggia la frammentazione, l’inarrestabile accatastarsi di informazioni, il bombardamento analogico, il proliferare dei byte con un romanticismo prevalentemente corporeo. Differentemente da Ethan Hunt in «Mission Impossibile – Protocollo fantasma» (dove i gadget tecnologici in dotazione fungevano da trovate per rilanciare la narrazione) questo Bond è quasi spoglio di ogni tecnologia (le eccezioni: una pistola a riconoscimento e un segnalatore di posizione, poca roba insomma) pur essendo immerso nel tecnologico. Un ritorno al fare affidamento su di  sbarazzandosi di estensioni di sé (l’individuo “nudo” è infatti uno dei nodi centrali del film). Invecchiato, morto, resuscitato e reso immortale James Bond attraversa i mutamenti della modernità continuando a raccontarceli nel corso del tempo.
Anche il nemico, insieme ai tempi, è cambiato: non è più rintracciabile se non per propria volontà e non risponde più a una nazione ma al proprio rancore; il suo rivelarsi è macchinoso (in quella lunga inquadratura frontale in cui il villain si muove adagio verso il primo piano).
Coadiuvato dalla fotografia di un grande Roger Deakins e da uno Javier Bardem in grande spolvero, Sam Mendes riesce dove Nolan, con il deludente «Il cavaliere oscuro – Il ritorno» (una gabbia per corpi palesatasi in tutta la sua ineluttabilità nel sofferente vorrei ma non posso melodrammatico dietro la maschera di Bane) - una volta tanto – aveva fallito, ovvero a spostare l’asticella qualitativa dentro la logica industriale. Installazione autoriale nel cuore pulsante della serialità, questo «Skyfall» è un film destinato a rimanere.

[post in attesa]

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