Un lento apprendistato

l’uomo pesante

febbraio 4, 2010 · 2 commenti

L’uomo pesante si nutriva poco, di cibo, e quel poco solo perché era tanto importante per le persone che amava, sedersi ad un tavolo, condividere quei pochi minuti condivisibili di una giornata. Di cibo l’uomo pesante non aveva bisogno: si alimentava di pensieri; più si interrogava su chi fosse, su ciò che lo circondava, su chi fosse per ciò che lo circondava, più il suo corpo si espandeva; perché tratteneva i pensieri per paura che nella loro condivisione risultasse patetico/noioso/banale. In alcuni giorni si distraeva -con gli amici, al computer, guardando una commedia- e faceva dieta, ma più numerosi erano i giorni in cui ingrandiva a vista d’occhio. Quando era sovrappensiero, poi, rischiava la detonazione.

Non tutti i pensieri avevano lo stesso peso: le opinioni sincere negate davanti a chi proprio quella sincerità pregava pesavano un paio di chiletti l’una, ma lui voleva solo dire le cose che pensava le altre persone volessero sentirsi dire, per paura di ferirle (anche se queste non lo avrebbero mai ammesso, in tal caso, almeno a suo avviso), perciò seguitava a ingrandirsi. A ingrandirsi come quella volta che in un centro commerciale si interrogò sulle possibili vite di centinaia di persone -perché lei sorride? perché lui è alto? perché il bambino piange?- e fece poi fatica a uscire dalla porta scorrevole; come quella volta che il suo fuoristrada divenne una scatola stritolante perché in mezzo al trafficò insistette nel chiedersi il motivo di tanta impazienza, pensò che qualcuno stesse andando all’ospedale a trovare una persona cara che non se la stava passando bene, o ad abbracciare i figli dopo una settimana passata fuori città per lavoro, o a dare una mano ad un amico che ne aveva bisogno, o a vedere il film che davano in tv e che stava per iniziare; la lista si ingrandiva a dismisura, e lui insieme. A furia di pensare divenne presto un gigante, più Gargantua che non Pantagruel.

Il giorno in cui pensò a come essere finalmente autentico, a come riuscire ad esprimere quello che aveva dentro e che stava via via accumulando, divenne più grosso di un grosso dirigibile, e nei centri commerciali non potè più entrare. Seminò il panico per le strade, le persone si sparpagliarono qui e là furiosamente per evitare di essere calpestate, ma lui non voleva fare male a nessuno, solo cercare qualcuno con cui parlare.
Poi arrivò davanti ad un grattacielo e lì rimase per parecchio tempo. Chissà quanti pensieri contiene, si chiese. E una donna premurosa aprì la finestra di un piano in alto e domandò all’uomo pesante se qualcosa non andasse, così l’uomo pesante raccontò tutto, sussurrò i suoi pensieri ed urlò le sue paure, e intanto rimpiccioliva, si allontanava la sua voce e la donna nemmeno riuscì più a sentirla, ad un certo punto, ma rimase lì a tendere un orecchio alle microscopiche vibrazioni dell’aria che ancora arrivavano. Quando tornò alla grandezza che si dice naturale non aveva più voce; la ritrovò poi, una voce che fosse sua: finalmente usciva da dentro. Andò da un bambino  piangente e chiese: perché piangi?, e capì di non aver più bisogno di diete.

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la ragazza assente

gennaio 27, 2010 · 2 commenti

A volte ti capitava di abbandonarci, andare altrove. Il tuo sguardo si bloccava e ti irrigidivi, diventavi un mobile, sbarravi le ante. Rimanevi così per cinque, dieci o cento minuti, una statua, ogni volta aspettavamo che tornassi, custodivamo il tuo corpo. Ti dicevano continuamente: sei malata, devi curarti; ma ti sentivi bene, anche se qualche volta per farli contenti prendesti le medicine. Non guarivi ai loro occhi, che ti volevano sempre presente, sempre tra loro, incapaci di accettare quei momenti di vuoto, pagine bianche infilate casualmente dentro a un libro. Mi dicesti, una volta, di non sapere cosa ti accadesse quando te ne andavi, che non te ne rendevi nemmeno conto, di andartene. Ti assentavi anche dal tempo.

Quella notte d’estate la ricordo bene; si partì per il mare, io guidai e tu mi aiutasti a non addormentarmi. Cantammo canzoni che ricordano più o meno tutti, poi cantai da solo quando i tuoi occhi si fermarono per un po’. Eri un blocco di ghiaccio sulla mia carezza e io fermai la macchina, per aspettare. Poi tornasti e, vedendo la macchina ferma, mi chiedesti: è successo? Si, era successo, succedeva, ti dissi di non preoccuparti, che l’importante è tornare; fu tanto banale da parte mia, ma tu non mi rimproveravi mai in quelle occasioni in cui diventavo banale e superfluo perché non avevo idea di cosa dirti, davanti a certe situazioni, così dovevo farlo io stesso, con uno sguardo di autoammonimento. Come se avessimo appena smesso di cantare mi dicesti che ti sarebbe piaciuto molto, andare a vivere sotto le onde, in un sottomarino giallo, lì non avresti avuto più bisogno di nulla, nemmeno di assentarti. Io anuii debolmente: un sì minore.

Mi dicevi: con te non ho bisogno di spiegarmi. Non era stato per nulla facile spiegarsi, con i professori che pensavano ti distraessi dalla lezione, con i ragazzi che credevano che non li desiderassi perché ti assentavi sul più bello e con le migliori amiche che ti vedevano spenta quando stavano per confidarti un segreto. Nemmeno più tardi, con i datori di lavoro che ti licenziavano e con tutti gli ospiti che in casa provavano a coinvolgerti in una discussione ma tu non c’eri non eri lì e allora si facevano sempre una cattiva opinione di te quando invece tutte le persone di questo mondo dovrebbero sapere che un corpo non può rispondere (se non c’è qualcuno al suo interno).

Ricordo che piangevi di rado, ogni volta che accadeva però facevi uscire tutto, fino a prosciugarti, come se avessi inghiottito un omino-pugile: dolore fino allo sfinimento. Una mattina appoggiasti la testa sul mio petto, per svuotarti. La luce un po’ clinica del neon raggelava l’atmosfera. Il tuo viso umido sormontato da capelli color paglia, premeva; calore, quasi vapore; non sapevo mai come comportarmi in quei momenti, quanto arrabbiarmi con quel mondo che là fuori continuava a massacrarti di pugni nello stomaco. Non sei come credono, ti dicevo quando eri triste, non ti conoscono, ma non si poteva fare nulla per fermarti, una volta che iniziavi a piangere dovevi anche finire, non toccava a me decidere quando. Quella mattina finisti al tappeto; ti portai una coperta.

Piano piano ti assentavi sempre più frequentemente e a lungo, fino a quando il tempo a disposizione per noi divenne piccolo piccolo, ma era anche molto intenso, sempre più impulsivo. Dovevamo comprimere le cose da dire, i gesti da fare; le cose che insegnano a costruire con pazienza noi le mettevamo in piedi in pochi secondi sperando che non crollassero.

E ora sei qui, inchiodata su un letto, gli occhi al soffito, sono passati sette anni dall’ultima volta che li hai puntati su di me. Vengo a trovarti ogni giorno e ogni notte la passo a dormire accanto al tuo letto. Ti attendo.

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la bambina aspirapolvere

gennaio 23, 2010 · 2 commenti

Venticinquesimo piano di un palazzo lucidato; un ufficio, otto piante appena profumate. Non guardi mai fuori; le vertigini, la strada, le gru semisospese. Ti piacerebbe mangiare un croissant tiepido, croccante ma non troppo; a dire il vero ti faresti bastare anche quell’odore dolce che non riesci a descrivere mai come vorresti. Il lavoro ti è vicino, basterebbe allungare una mano. Appoggi lo sguardo altrove: c’è una zona d’ombra nell’ufficio, un angolo in cui ammucchi le parole pensate, sperate. La luce all’angolo non giunge mai, nemmeno i tuoi passi, sempre frenati, come se dovessero preservare un segreto.

Sei in macchina, la strada verso casa è più corta del tempo che ci vuole a percorrerla. Il clangore dei clacson ti stordisce; tu non partecipi, non ti interessa rincasare prima degli altri, non c’è nessuno ad aspettarti.

Sfili le scarpe, infili un petto di pollo nel microonde, inserisci il pilota automatico, premi il telecomando; in televisione non c’è nulla che ti somigli, stasera. Ti fai poche domande, quelle funzionano bene solo poco prima di addormentarsi. I costi di produzione del pensiero sono alti, bisogna risparmiare: c’è crisi.
L’equilibrio salta al tuonare di un campanello, non ti aspettavi suonasse, non lo aspetti mai, conosci appena il suo suono. Corri ad aprire e non vedi nessuno, poi inclini un po’ la testa verso il basso, quel tanto che basta  per vedere una bizzarra creaturina abbandonata in un grande cestino di vimini. Sappiate amarla,  è scritto su un pezzetto di carta. La porti in casa e la appoggi piano piano sul divano, ti sorride. Le accarezzi la testa, ma la tua mano subito fugge per scampare all’aspirazione. Imparerà a controllarsi, speri. Poi la vedi piangere, pensi che abbia fame, la porti in giro per la casa; è da un po’ che non lavi il pavimento, sei pigro, così lei trova molta polvere. Prima o poi mi toccherà cambiarle il sacchetto, pensi.

Lei si è addormentata; ti chiedi se puoi tenerla, come quando un bambino chiede a un genitore se può tenere un qualche animaletto trovato per strada, te ne accorgi in tempo per provare disprezzo per te stesso.

Quando si sveglia il sole è ancora timido, resta sul letto per molto tempo, buona buona, tanto che sarebbe difficile accorgersi della sua presenza, non fosse per il corpicino. Aspetta il tuo risveglio, che infine arriva. Devi raggiungere l’ufficio e non sai bene cosa fare, con lei, forse dovresti lasciarla a qualcuno, fin quando non torni, ma poi decidi di portarla con te: fastidio non può darne a nessuno.

Superi una buona dozzina di occhi curiosi prima di entrare, con lei in braccio, nell’ufficio. La appoggi a terra, non le piace molto stare sospesa. Strisciando adagio percorre tutto il perimetro della stanza, poi arriva al tuo deposito, aspira, si volta verso di te, il suo sguardo è un abbozzo di compassione.

Siete di nuovo a casa, infine, e tu la tieni in braccio e la culli, le racconti delle cose, le cose che hai sempre sognato di fare, quelle che hai fatto non ti sembrano degne di essere raccontate. Le parli di tutti i croissant che non hai mangiato. Da domani proverò a mangiarne qualcuno in più, le prometti con un sussurro.

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il bambino elettrico

gennaio 15, 2010 · 12 commenti

Non ti accorgi di aver dimenticato l’ammonimento; come potresti, del resto. La presa della corrente ti affascina e desideri affrontarla, una volta per tutte. Attraversi lo stretto corridoio, adagio, come una lucertola pigra: non sai ancora camminare. Sei solo, abbandonato alle tue ingenue curiosità per i pochi minuti di una corsa alla spesa. Sorridi: pensi di poter finalmente smascherare il mago che si nasconde là dietro. Come potrebbero diversamente funzionare cose che prima sembravano cadaveri, se non con la magia? Scarti lo specchio grande, con lui avrai modo di parlarne dopo. Giungi davanti al mistico nascondiglio e guardi attraverso i fori: del mago non c’è traccia. I battiti del cuore aumentano, denunciano impazienza. E allora succede, allunghi la mano in un gesto fluido e spontaneo, il tuo sguardo perde la sua espressione indagatrice in un lampo di corrente che rompe i palpiti. Il mago è poco amichevole, punisce gli indiscreti. La tensione è un torrente ma i tuoi tessuti non bruciano, solo il sangue scalpita, il tuo corpo assorbe energia, mutano le cellule. Poi abbandoni il flusso, carico. Sei il mago. Tua madre entra in casa, preceduta da una borsa di plastica snella. Sei davanti allo specchio, lei cerca di prenderti in braccio ma una scarica la scaraventa altrove, contro una parete. Si rianima poco dopo, spaventata, debole.

Hai cinque anni e tieni in mano la spina di un tostapane; c’è il black out, forse dopo verrà il turno del televisore, o della lavatrice.

Hai nove anni e inizi a capire sul serio cosa significhi non poter toccare le persone importanti. Sei in casa, come sempre, perché fuori potresti far del male, e ad un tratto l’equilibrio viene a mancarti, scivoli, batti la testa, spunta un bernoccolo. Tua madre corre a prendere un sacchetto gonfio di ghiaccio, te lo lascia accanto. Prendi quel sollievo e lo appoggi sulla testa dolorante; tua madre vorrebbe accarezzarti, ma la sua mano si blocca a metà, il gesto castrato da una sopravvenuta consapevolezza. Non vorrebbe piangere davanti a te, ma le capita, va tutto bene, le dici, ma vorresti gettarle un braccio intorno al collo, pensi che così non sia abbastanza.

Hai vent’anni e inizi a capire sul serio cosa significhi non poter fare l’amore con la persona che si ama. Ce l’hai accanto, un abisso millimetrico che non si può violare. Sotto i vostri corpi l’erba è ruvida, appena umida. Il vento rimbalza disordinato. La guardi come si guarda una cosa bella e inafferrabile, come un’enorme statua scrutata dall’altezza di una collina. Non ti resta che il deserto di un silenzio, spezzato talvolta dalla pressione di un respiro sulla pelle, un miraggio. Hai vent’anni e ti rendi conto di quanto siano importanti le parole. Preferisci tacere, stare minuti a scegliere, tra quelle che scorrono nel flusso costante e dirompente, le parole giuste, necessarie. Sei una diga; lei prova a guardare dietro, dove c’è la piena.

Hai venticinque anni e la frustrazione ti lacera: vuoi restituire quella maledetta corrente. La presa non è la stessa di quando eri bambino ma vuoi provarci ugualmente. Ti chini, allunghi la mano verso i fori. Al contatto i tuoi organi prendono fuoco, rimani a terra, senza più corrente. Lei è lì, disperata, chiama i soccorsi, ma quando sopraggiungono è tardi, è andato in cortocircuito, ci dispiace, dicono. Il funerale, il tuo corpo semiscoperto nella bara, lei che ti amava, che guardava dietro la diga, rimane con le mani sospese a qualche centimetro dalla tua testa, indecisa.

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Arance

gennaio 12, 2010 · 4 commenti

L’inverno fra i rami cedenti, mentre raccoglievamo le arance senza sosta, per interminabili ore. Una danza di qualche passo e un solo gesto: protendersi. Ballavamo fino al casquet, quando le forze ti abbandonavano e mi franavi addosso.
A volte raccoglievi in qualche fila lontana, e io cantavo perché tu mi sentissi. Canzoni di terre antiche, vive solo nei ricordi, distanti. Abbandonaste le terre dei vostri nonni: toccò a noi diventare nipoti, continuare a ricordare.
Quando calava la notte il lavoro finiva e con le energie conservate ti offrivo un po’ di calore, un corpo una coperta, su quella terra fredda quanto la tua mano sulla mia schiena nuda. Piangevi, le lacrime si congelavano sulla corteccia dell’albero che, di volta in volta, sceglievi. Quando mi svegliavo con il petto ghiacciato, sapevo di essere stato scelto io.
Respiravamo e divoravamo arance ogni giorno, il loro acido succo ci rivoltò lo stomaco, ma c’era poco altro di cui vivere. Sognavo di mettere da parte un po’ di soldi e comprare una tenda; qualcosa che somigliasse, più delle mie braccia, ad una casa.
Tutti i giorni ti dicevo che mi dispiaceva, non essere riuscito a darti di meglio, e tu mi lanciavi un rimprovero con gli occhi, per averlo detto, poi mi accarezzavi il volto. Non ti devi preoccupare, dicevi, ma io non potevo farne a meno: dalla preoccupazione non riuscivo a svestirmi neppure nel sonno.
Un giorno cadesti e non riuscisti a rialzarti come prontamente facevi di solito, ti trascinavi stanca. Sorridesti amaramente, rassegnata. Ero lontano, ma non abbastanza da non poter vedere, mi bloccarono. I miei movimenti si fecero folli e dovettero accorrere molti padroni per sedarmi. Non mi impedirono di guardare, mentre ti bastonarono, mentre ti urlarono in faccia le loro cazzate sulla produttività, mentre spremevano il tuo sangue sotto l’ombra degli aranci. Quando la vita ti abbandonò urlai la mia impotenza, e non più i padroni mi tennero fermo, ma la colpa.
Ora non posso guardare le arance senza provare terrore: sangue mi pare la loro polpa.

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il bambino televisore

gennaio 8, 2010 · 5 commenti

Le nuvole gonfie, il sole a metà: era l’una. Una lastra di vetro tremò al dolore di lei, quando venne alla luce il bambino televisore. Il bambino nacque con un piccolo televisore appoggiato sul collo, uno di quelli ultrapiatti in modo che non dovesse pesargli troppo. Il medico diede al bambino televisore un colpetto sulla schiena e lui emise le sue prime onde elettromagnetiche. Si accese. Lei piangeva disperata e fece per puntare un dito contro qualcuno, ma non essendo credente lo puntò contro di sé. Rimase stesa, ferma come pietra, fino a quando il bambino non le mostrò il suo programma preferito, quel programma che per giorni dentro di lei aveva ascoltato. Lei lo strinse forte, a quel punto, capì.
Il bambino televisore passò i primi anni della propria vita ad esprimersi attraverso citazioni e repliche di programmi vecchi e nuovi, e le persone che lo circondavano si divertivano molto nel vederlo mettere insieme parole di Mike Bongiorno e Umberto Eco per dar vita alle frasi, ma presto ci si abituarono e il divertimento cessò.
Il bambino televisore, maturando, capì che poteva creare le proprie immagini, le proprie parole, i propri suoni: abbandonò i vecchi canali per crearne uno che fosse davvero suo. Molte persone entrarono velocemente nel vortice della sua fantasia, catturate dalla potenza delle sue creazioni inusuali, e il bambino intrattenne centinaia di curiosi con la testa a cristalli liquidi. Si vedeva costretto a produrre arte anche di fronte ad un «come va?», per riuscire a rispondere con ciò che dentro sentiva.
Un giorno morì, come succede a tutti, non fosse che era ancora un ragazzo. Sua madre lo trovò sul letto, e subito capì che non era più con lei, davanti a quello schermo spento, perché quando il bambino televisore dormiva proiettava i sogni. Tastò il cuore e sentendo il silenzio si squarciò. Poi si asciugò il viso e volle capire perché era morto così presto, se era malato, se avesse potuto evitarlo. Il medico che arrivò disse che il bambino era morto di vecchiaia, perché aveva detto tutte le cose che di solito una persona impiega una vita intera a dire.
Al funerale si presentarono in molti, quasi tutti in lacrime, tutti tranne uno, che aveva il sangue gelato nelle vene: pensava che fosse tanto triste, non aver mai registrato.

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un bambino, atto secondo

dicembre 27, 2009 · 4 commenti

Il vento scivolava verso nord facendo cantare manciate di scogli. Movimenti come sospiri tragici la cui unica fatica è l’addio, congedarsi dalla sbriciolata materia che, di volta in volta, si presenta sotto i piedi. A cancellare le orme, gli addii e i segni dalle spiagge ci pensano le maree, convogliando il tutto in un unico lamento quando l’acqua si ritira.
Alcuni passi sulla sabbia, lievi. Un fantasma, pensai. Vestiva un abito rosso, intenso, di quelli che a guardarli a lungo ti si brucia la pelle. Aveva la consistenza dello zucchero filato. Mi sfiorò appena: non riusciva ad afferrare le cose, le persone. Forse pensava non fosse giusto, decidere che qualcosa dovesse appartenerle. Era una bambina, la mia immaginazione a spasso.
Correva la giornata, su una gamba sola. La passai in compagnia di un pugno di conchiglie, grandi, quelle dentro cui sussurrare qualcosa nella speranza che qualcuno un giorno sappia accostarvi l’orecchio, per sentire il rumore delle onde.
Corse, verso l’acqua, poi nuotò per qualche metro. Sua madre gridò aiuto, perché la bambina non sapeva nuotare. La bambina però non sapeva di non saper nuotare, lo scoprì in quell’istante ascoltando le urla, cominciò ad affondare. Toccava a me, salvarla. Ero piccolo e goffo, quella responsabilità sembrava una montagna. Feci vari tentativi, ma non avevo gli strumenti adatti, due braccia forti, inciampai sulla sabbia mentre scappavo dal mare e a terra fui accerchiato, deriso. Piansi, perché non ero stato in grado di salvare la bambina. Piango ancora, perché non mi sembra giusto lasciare che un bambino vada a schiantarsi, tutto solo, contro le montagne.

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un bambino

dicembre 22, 2009 · 4 commenti

Fluttuava la tenda, l’amore una culla, la finestra aperta sul fiume, sul pelo di quell’acqua torbida si è adagiata gran parte della mia infanzia. Correvo, su e giù per le scale, come chi abbandona qualcosa e subito torna a riprendersela. Una foto che crediamo di odiare, mossi da un impulso. Scrivevo poesie sulla neve, con l’indice. La neve, vergine finché sospesa, morbida sotto i piedi, nudi quella sera. Pareva una follia soltanto agli altri. Neve che brucia gli occhi. Ancora neve quando provai, appoggiato al termosifone, una briciola di freddo. Guardavo fuori. Fuori c’erano i sogni, nel cassetto io tenevo gli incubi. Speravo non dovessero uscirne mai.
Adagio, le lacrime gelate a formare stalattiti, le note a spegnersi in un tuffo tombale, le persone a chiudere la porta per non tornare a bussare mai più. Come quando si partì per la guerra ed ero piccolo, fragile, con poco tempo per riempire una snella valigia e senza alcuna idea sul cosa metterci dentro. Così gli altri mi lasciarono solo, solo con un fagotto di fiabe che mai avrebbe potuto far male a qualcuno. Quella guerra si chiamava “realtà”, mi dissero poi, e si perdeva sempre. La vita di sicuro, a volte la speranza. Ho iniziato a combattere quella guerra troppo tardi, con una fionda. Gli altri già maneggiavano con destrezza i fucili, le bombe.
Quel violino, quei suoni di seta, quella tristezza che archeggia, quel volto che si piega alla commozione. Sono vapore come la tua melodia: suona ancora e sapremo incontrarci.

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una statuetta

dicembre 14, 2009 · 6 commenti

A quel punto le mie parole divennero palazzi gonfi di dinamite. Il crollo, il silenzio. Come quando un evento ti ammutolisce per un po’, il tempo di tornare di nuovo fra i vivi. Nel frattempo, camminai come una mummia sbendata. Alcune parole, quelle appese al vento, percorrono brevi distanze, incontrano una persona e lì si fermano come piccole emorragie. Le parole, quel giorno, sanguinarono senza incontrare argini.
Provai a convincerti, ma un sentimento troppo forte agitava le tue braccia: non riuscivo a smuovere la tua fermezza. Avevi una statuetta in mano, mi dicesti di volerla usare per colpire una persona che odiavi, che odiavamo. «Continuerai ad amarmi?». Avrei voluto saperlo anch’io.
Ero ombra mentre ti facevi largo fra la folla. Osservavo un avvenimento che non potevo controllare, che non riuscivo nemmeno a toccare. Stava accadendo ma fu come se fosse già inevitabilmente accaduto, come quando ti rassegni a guardare la vita scorrere senza avere la forza di agire, di diventare protagonista. Comparsa fra le comparse ti guardavo, i tuoi dolci lineamenti macchiati dall’odio, dalla violenza che fulmina per qualche istante la ragione. Poi il colpo, irruento e impreciso, scagliato da mani tremanti. Le urla, l’orrore.
Ebbi paura di quella maschera di sangue, della sorprendente pietà che mi suscitò appena dopo un fugace attimo di esaltazione. La maschera di sangue si preparò agli scatti ripetuti e incessanti delle macchine fotografiche, si fece posa. Un tempo la sofferenza veniva nascosta, le ferite tamponate con brandelli di camicia. Quel giorno divenne invece esposizione. L’eroismo si costruiva con le immagini nella società delle immagini: un dolore da prima pagina lentamente avrebbe plasmato un martirio di plastica. Il sangue imbrattò l’obiettivo: si sarebbe fatto strada nelle case.
Quella statua ti sarebbe tornata indietro, più grossa. Saresti stata l’eroina di pochi, in molti avrebbero dimenticato il tuo nome dopo che le sbarre fossero calate. La paura si fece largo, mentre ti trascinavano via. La paura di restare sola, la paura di aver fatto ridere chi invece volevi in lacrime, la paura di non poter far nulla per cambiare le cose. Uno squalo non si abbatte a suon di morsi.
Per mesi avresti pianto, le mie mani protese fra le sbarre come unico conforto. Avresti capito, con il tempo, che quel giorno fosti una comparsa quanto me.

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# 3

dicembre 9, 2009 · 1 commento

Mare, ci torno spesso. Amo le cose che si estendono per finire altrove, là dove il campo visivo non può spingersi. L’illusione dell’infinito a portata di occhi.
Di mattina presto non c’è quasi mai nessuno, niente ombrelloni, creme e rastrelli. Le onde come metronomi inceppati scandiscono il ritmo di una grande armonia, l’acqua dialoga con la terra in un umido abbraccio: mi sembra di aver di fronte due anziani che si conoscono da sempre.
Mi piace nuotare fin dove posso, fermarmi nell’esatto punto in cui si spezza il fiato, adagiarmi e attendere che tornino le forze. C’è chi sceglie di non tornare, sprofondare nell’abisso. Come quell’uomo che da bambino vidi gettarsi giù da un ponte. Le mani di mia madre si pararono davanti ai miei occhi con ritardo, così quelle immagini marchiarono la mia memoria. La prima cosa che chiesi a mia madre fu: «perché non è caduto per sempre?». Chiaramente da bambino non capivo perché un uomo potesse giungere ad un punto tale da rinunciare alla vita, a dire il vero probabilmente non lo comprendo tutt’ora. Quello che contava per me, preso atto di quella rinuncia, era capire cosa quell’uomo avesse scelto al posto della vita. Aveva deciso di abissarsi nella torbidezza del fiume oppure sperava semplicemente di rendere la sua caduta una condizione perenne, incancellabile? Mi sembrò che la gravità avesse deciso per lui, che in fondo quell’uomo avesse delegato questa scelta ad una forza nell’incapacità di scegliere cosa fosse meglio per se stesso.
Le foglie staccandosi dai rami si sentono leggere, il vento diventa il loro unico vincolo. La sensazione si esaurisce in pochi attimi, il tempo di toccare terra, inzupparsi di fango ed essere calpestate da stivali pesanti. I corpi pesano troppo, la loro caduta è immediata e il vento non le resiste, la vita si dissolve in un tonfo rauco. Niente leggerezza, solo fango, stivali. Non c’è ralenti che tenga.
Ogni volta che mi allontano dalla spiaggia mi fermo a pensare, raggiunta la consapevolezza di non poter nuotare per sempre torno indietro, sulla terraferma a consolare le foglie.

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