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C’è un dolore stalagmitico steso su corridoio da attraversare a piedi scalzi. La fiamma della stufa da poco accesa ti percorre come una lama; com’è la tua isola, J.? Un coro di tosaerba fa capolino da una finestra semiaperta. Chilometri di solitudine t’investono. Una mela abbandonata su un piatto pare madida di sudore, l’analizzi rigirandola fra le mani. Piccole sensazioni dentro di te smettono di sommarsi fra loro e si moltiplicano come in una prostaferesi; l’effetto ti stende sul divano. Folle disordinate di pensieri si accumulano senza essere tracciate dalla memoria. Che ti succede J.? Che fine ha fatto tutto quello in cui speravi, dove si è nascosto? Perché le tue mani tremano al pensiero di cercarlo? La nebbia si gonfia a vestire gli alberi nudi come fosse un accappatoio; si gela. L’eco di un’ansia generica rimbomba, si affievolisce, scompare. Da qualche parte mancano dei mattoni, la struttura regge ma alcune cose che vorresti tenere fuori riescono a filtrare e s’infuriano intorno a te. Non c’è una bilancia su cui valutare le assenze – pensi – e questo pensiero incomprensibilmente ti rasserena. Il divano ti schiaccia col suo peso in un’inversione immaginaria di posizioni. Le fotografie sono lì – immobili – a rivestire le pareti, la loro quantità ti ricorda tutte le promesse che non sei riuscito a mantenere. Nessun motore di innovazione pare volerti agitare. La temperatura della casa cresce lentamente, si assesta. Una parentesi di tempo si fa ruga. Dov’è il paracadute, J.? L’esistenza è un girare intorno a un Monopoli che non risarcisce ogni volta che passi dal Via! - rifletti. La bancarotta è dietro l’angolo. Ti alzi dal divano per ambientarti in un mondo-fuori disteso in attesa di un abbraccio, che infine gli offri, e avvii la giornata in un bagno di caffeina.