Un lento apprendistato

Voci categorizzate come ‘narrazioni’

# 1

Novembre 27, 2009 · Lascia un Commento

Mentre dalle ringhiere fiorisce la ruggine le miei mani screpolate arretrano di scatto, sorprese dall’improvviso timore che tutto si sbricioli e non possa più essere afferrato. Il silenzio, dicevi, è l’attimo di un tuono dopo la pioggia battente. Silenzio: di questo, paradossalmente, mi parlavi. Il silenzio è sempre provvisorio, costantemente sovrastato dal superfluo che, fattosi suono, irrompe nell’udito. Anche le immagini, dalle cui ora sto arretrando, sono provvisorie: il tempo, scorrendo, le ridipinge.
Un funambolo era morto nell’intervallo fra due spettacoli: si era dimenticato una cosa aggrovigliata alla fune durante la prima esibizione e si rese conto che anche se fosse tornato a cercarla nulla sarebbe stato più uguale. Era il ricordo di un volto amato, fuggito.
Se potessi rivivere l’ultima manciata di secondi passati lotterei inutilmente per un cambiamento o mi rassegnerei a veder riaccadere cose che sono già accadute?
Come un urugano m’investe il ricordo di un volto amato, fuggito. Il tuo. Forse l’incolmabile distanza era l’unico modo che avevi per raggiungere quel silenzio tanto cercato. Ora urlo il tuo nome sperando che il vento recapiti, ma lo spazio diviene fango e i suoni affondano. Lo stesso spietato fango in cui immersi le mie mani per cercarti, l’azione tardiva di un disperato.
Qui l’altalena si ferma, il tempo cessa di oscillare e riprende il suo corso.

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un vasetto di yogurt

Novembre 24, 2009 · Lascia un Commento

Un sorriso amaro mi segnò il volto. Non che fosse la prima volta che provavo una sensazione simile, ma quella in particolare mi sembrò battezzare una certa consapevolezza. Il vasetto di yogurt giaceva rigido sul tavolo, ancora intatto, a spezzare l’armonia della tovaglia, calamitato da una compostezza assoluta. Intorno a lui quel silenzio che certifica la fine della giornata. La luce clinica del neon proiettava l’ombra del vasetto sopra una regione del tavolo disabitata, uno spazio desolatamente asettico. Quell’odore di nulla in cucina, quello che si sente quando anche la morte è passata da troppo e i cadaveri sono ridotti a poco più che cenere.
Se avessi azionato una telecamera mi sarei posizionato in qualche punto distante, poi con un zoom avrei sottratto la figura allo sfondo, privando il vasetto del contesto al quale i miei occhi non potevano sfuggire.
Lasciai perdere l’idea dell’inquadratura e afferrai un cucchiaino, per lasciare che lo yogurt assolvesse finalmente i suoi doveri. Sin dalle prime cucchiaiate la falsa natura dello yogurt mi parve palese. La sua continua ostentazione di modestia ed omegeneità e quella normalità troppo ricercata per risultare autentica cominciarono a disturbarmi.
Lo yogurt eredita la mitologia del latte, il candore contrapposto all’irruenza del fuoco. La sua leggerezza appartiene più all’immaginario che non al tangibile, è veicolata da sagome pubblicitarie che sembrano volare, quasi integralmente libere dal peso della vita. Lo yogurt era gravido di menzogne, non era se stesso ma quello che io pensavo che fosse e il mio stesso pensiero era a sua volta inquinato dalle istanze tautologiche con le quali ero stato ingozzato. Lo yogurt è lo yogurt, lo yogurt è leggero, Racine è Racine, Fellini è Fellini. Perché Fellini fosse proprio Fellini e non qualcun’altro nessuno volle spiegarmelo mai.
Il barattolo mi riempì pian piano del suo nulla. Lo yogurt si fece d’un tratto pesante nel mio stomaco, ma la sua maschera calò troppo tardi: la digestione era ormai prossima.
Provai a strappare una soggettiva al barattolo. Quello che vedeva era un essere umano o il sunto mitologico di centinaia di inserzioni pubblicitarie, cliché e tautologie? Cosa rappresentavo per lui? Non cercavo forse anche io di vendere un’immagine agli altri per rendermi piacevole? In che cosa eravamo allora differenti? Immaginai di penetrare nel vasetto e aspettare che qualcuno mi mangiasse, sperando che (quel qualcuno) riuscisse a spiegarmelo.

Categorie: narrazioni
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la mia ragazza era una ballerina

Novembre 22, 2009 · 7 Commenti

La mia ragazza era una ballerina, prima che io la incontrassi stavamo insieme nei mie sogni. Si può dire che sia cresciuta con me. Ogni notte volteggiava nel mio proscenio intracranico, cullandomi dolcemente nel sonno. Ogni notte di un giorno più anziana. Qualche volta scivolava su una lastra di ghiaccio, una pattinatrice in punta di piedi, qualche altra saltellava su una sottile lastra di vetro, lei era così leggera da non rischiare di sfondarla. Io l’amavo già, ma stavo sotto la lastra di vetro senza avere il coraggio di bussare, contemplavo in silenzio, sono sempre stato molto timido. Lei danzava ogni notte senza soste, le scarpette rosse sempre ai piedi, e io la guardavo da una certa distanza, in quei sogni, rassegnato all’inarrivabilità di tanta bellezza.
Una sera a teatro la vidi, era proprio lei, una figura in movimento fra le altre. I miei occhi la strapparono al balletto. Certe volte si ha l’impressione di conoscere una persona da una vita, nel mio caso era più di un’impressione. Quella sera bussai.
Un vuoto pesante mi schiacciava al suolo. Fui liberato da una piroetta.
In una nuvola di polvere danzerai
dolce ed avvolgente come mai,
sospesa con la mente verso i sogni
libera infine da mortificanti bisogni.
La mia ragazza era una ballerina, se le avessi chiesto «di cosa parliamo quando parliamo d’amore?» ti avrebbe risposto che per lei amare è trascinare una sedia a rotelle, se la persona che ami non può più muovere le gambe.
Danzare riempiva di senso la sua vita e le scarpette rosse le avrebbe tolte solo se il suo corpo si fosse ridotto in cenere. Le assicurai che l’avrei trascinata per quelle scarpe fino a quel giorno.
Un giorno un boia afferrò una mannaia e la sollevò sopra i miei sogni, intimandomi di tornare alla realtà. In quel momento mi ricordai bambino, la penna rossa spremuta sui fogli, le maestre che mi dicevano «scrivi cose senza capo né coda» e io che ci rimanevo male, tanto male da cominciare ad odiare profondamente la scrittura, perché dovevo impugnare la penna per sperare di essere credibile anziché sognare di diventare incredibile, raccontare una realtà che non era la mia ma quella che ti spingono a trovare sensata. Con un colpo secco il boia descrisse una parabola di sangue e la ballerina finì dilaniata fra le mie braccia. «Ora sei di nuovo vero», disse il boia, e a quel punto mi sentii mutilato, l’inversione di uno spettro, visibile agli altri ma non a me stesso. Mi guardai da fuori, immerso in una pozza di lacrime, guardai quel corpo ridotto a uno scheletro cavo e pregai che non fosse il mio. «Ora sono di nuovo morto!», urlai in faccia al boia.

Categorie: narrazioni · remake
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Pupazzi di neve

Novembre 13, 2009 · 4 Commenti

Son fermo come un masso e aspetto che il vento mi eroda pian piano. Voglio esser scultura, per stare e non dover sentire. C’è chi vive in palazzi di vetro e chi con le schegge di un vetro si strazia le mani. E il sange zampilla, imbrattando coscienze poco prima pulite. Centinaia di esistenze bollate dal fallimento si proiettano fuori dalle finestre. Stramazzano dopo qualche piroetta. Il riflesso sulle schegge, poi il tonfo. I suoni arrivano sempre il ritardo, la luce è più urgente. Le parole sono fuori sincrono, rincorrono il fatto compiuto come il botto di un fuoco d’artificio il disperdersi dei colori. Il vento lentamente modella il mio corpo e le forme davanti ai miei occhi. Se tutto cambia a quel punto non cambia nulla.
Ho un incubo nel cassetto ma non riesco a chiuderlo. Nell’incubo ho sempre la stessa età. Il tempo nei miei sogni è salito su una giostra guasta. C’è questo pupazzo di neve che costruisco di sera, è deformato e diverso dagli altri, ma io lo amo ugualmente. Gli altri bambini i loro pupazzi li fanno con la stessa neve, belli quasi da cartolina, esposti con orgoglio in giardini ordinati. Vetrine. Si somigliano troppo, quei pupazzi, questo lo dico a me stesso prima di andare a dormire. Quando è giorno tutti i bambini del quartiere si mettono davanti al cancelletto di casa a deridere la mia creazione, e io mi affaccio alla finestra perché sento dei rumori. Poi li vedo, mentre scavalcano, e potrei scendere e invece resto fermo a guardare mentre dilaniano ferocemente il pupazzo deformato. A quel punto dell’incubo piango, perché sento che la loro violenza ha colpito il pupazzo in mia vece.
Raccogli una piuma per me e se hai la forza necessaria nel petto soffiami via con lei. Non mi allontanerò più di un tiro di sasso dal barlume del tuo sguardo. Fermerò il cuore come si spezza un’agonia, mi specchierò nel cielo limpido per ricondurre a me un volto deforme, non più mio. Mentre ondeggerò il tempo si farà anziano, tra le nuvole mi ritroverò bambino e con un fazzoletto mi asciugherò le lacrime, quelle lacrime rimaste troppo a lungo sul volto.
Forse al mattino il terrore di alzare le serrande sarà fuggito dalla bolla di vetro in cui l’avevo sigillato.

Categorie: narrazioni
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Sezioni circolari

Novembre 12, 2009 · 2 Commenti

0. Serbatoi
C’era un pozzo profondissimo, ti ci potevi affacciare e se gridavi abbastanza forte le parole finivano sul fondo e non riuscivano a risalire mai più. Si diceva che in fondo al pozzo ci fosse una melma talmente densa da riuscire ad assorbire i suoni.
Il pozzo era un buco nero confessore per quelle persone che avevano qualcuno di quei segreti che pesano dentro. Così li confidavano al pozzo, un posto nel quale sarebbero rimasti al sicuro.
C’era anche chi temeva di essere dimenticato, così si affacciava e raccontava la propria storia, per affidare al pozzo la memoria. C’era chi raccontava al pozzo delle cose perché sperava che le proprie parole potesserlo sopravvivergli.
Oppure c’era chi andava al pozzo con qualcun’altro, magari con la persona che amava, per rendere eterno qualche dialogo importante, trasformare l’ora in per sempre.
Pian piano la gente cominciò a litigare, perché se all’inizio ognuno sapeva farsi i fatti propri, soprattutto nella speranza che gli altri facessero altrettanto, poi ci furono le prime origliate, le voci in paese, i segreti che cominciarono via via a divenire pubblici. Allora per evitare ulteriori tensioni e risse furibonde il pozzo venne tappato, con del cemento. E le cose ripresero il proprio corso.
Un giorno cominciai a scrivere le cose che urlavo in quel pozzo su fogli di carta. Del pozzo non avrei più sentito la mancanza.

1. Il bambino che non sapeva cosa fosse il futuro
Il bambino che non sapeva cosa fosse il futuro non conosceva il significato della parola “progetti”. Ricordava le cose e di quelle cose viveva. Non stava mai in ansia come spesso stiamo noi, per quelle cose che ancora non sono successe ma potrebbero succedere, e chissà se poi andranno come ci aspettiamo o meno. Non era pessimista o ottimista ma semplicemente neutrale. Il bicchiere riempito a metà era al contempo vuoto a metà nel preciso istante/luogo in cui gli si faceva quella solita noiosa domanda, perché al bambino non interessava ipotizzare quanta acqua sarebbe potuta esserci, a lui interessavano le cose per come erano in quel momento, si interessava a come erano arrivate ad essere così, ne prendeva atto, e basta.

2. Il bambino che non sapeva cosa fosse il passato
Il bambino che non sapeva cosa fosse il passato viveva in perenne amnesia. Ogni istante della sua esistenza era un jamais vu, non c’era niente che gli fosse familiare. Era inutile approcciarlo chiedendogli se si ricordasse di te perché la risposta era certa. Ogni nuovo attimo capitalizzava l’intera attenzione del bambino, e lui si concentrava unicamente su quello fino a quando non arrivava un nuovo attimo a cancellare quello trascorso. Scriveva racconti in cui subentravano nuovi personaggi ad ogni frase, e poi i personaggi sarebbero morti nella frase successiva, sostituiti da altri. Il futuro per lui era semplicemente la fulminea attesa di qualcosa di nuovo, la catena che teneva unite immagini successive, una catena da strattonare in fretta e di continuo per fare in modo che le immagini scorressero, un po’ come  con quei libretti disegnati che sfogliati in fretta si animano, solo che al bambino non interessava l’azione ma di volta in volta l’istantanea.

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la palla numero 13

Novembre 10, 2009 · 6 Commenti

Il treno ha un’ora di ritardo, qualcuno lì intorno bestemmia e si agita, la disperazione affiora dalla terra come un tubero sradicato. Tu mantieni una flemma rassegnata all’impossibilità di controllare gli eventi. Gli eventi si vivono e basta, ripeti fra te e te.
Questo è il paese dove sei nato e hai vissuto una buona porzione della tua vita. Ogni odore, ogni suono e qualsiasi cosa entri nel tuo campo visivo evoca o spezza un ricordo. Le cose non sono cambiate molto, solo la superficie è stata lentamente rimodellata.
Entri in un bar, il bar dove avevi speso le ore piovose e buona parte di quelle soleggiate della tua adolescenza. Da anni non metti piede là dentro. La gestione è cambiata, evidentemente, ma il biliardo è sempre là, i grossi neon che illuminano il panno verde sono sempre quelli, i gessetti blu da strofinare sull’apice della stecca sono sempre nello stesso posto, come se in tutto quel tempo fossero rimasti cristallizzati. Due tizi più giovani di te stanno giocando, così ti siedi e li guardi. Stanno giocando a “mezze e piene”, quel gioco che si fa con quindici palle. Le regole sono piuttosto facili: in base alla prima palla che entra in buca ad un giocatore si assegnano le “mezze” e all’altro le “piene”, tutte le piene salvo la nera, la numero otto, che tutti e due i giocatori devono conservare per ultima (pena la sconfitta). La palla numero otto deve essere sbattuta nella stessa buca nella quale è entrata la propria ultima mezza o piena, oppure nella opposta, è una cosa che deve essere concordata prima.
I due tizi non sono molto bravi, saresti in grado di batterli agevolmente. Resti ipnotizzato ad osservarli, mentre l’uragano dei ricordi ti travolge.
Ordini un toast, come ai vecchi tempi.

Le parole sono importanti, a questo pensavi ieri prima di addormentarti. Alle parole bisogna assegnare un grado di urgenza, di necessità. Incastri lettere tra dendriti ed assoni seguendo l’andamento del respiro, il pulsare del cuore, il gorgoglio dell’intestino. Passi ore della tua vita a sceglierle, le parole, perché non vuoi utilizzare quelle che vendono all’ingrosso del linguaggio.
Uno dei due tizi sta per colpire la palla numero tredici, che è una “mezza” come tutte quelle che seguono la otto. Un colpo semplice semplice, la palla delicatamente si avvia verso la buca, resta per un attimo sospesa sopra il panno, congelata. La palla numero tredici significa un paio di cose per te. Prima che avessi visto il film di Buster Keaton ne significava solo una.

Anche la gestualità del corpo ha la sua importanza. Questo lo hai imparato nel sonno, qualche mese fa, immerso in un sogno in bianco e nero. Tu, Buster Keaton e un tavolo da biliardo. Movimenti sinuosi, di una delicatezza inarginabile, le palle che accarezzano il panno. Buster ti stava tenendo testa, nel sogno, ma questo non sembrava importare a nessuno dei due. L’importante era non maltrattare l’armonia di quel momento con inutili parole o violentando le palline. Non hai mai sopportato quelli che tirano forte, affidandosi alla speranza che la palla caramboli in buca seguendo geometrie casuali ed improbabili. Giocando ci si dovrebbe misurare con la tecnica, con l’espressione della propria personalità, con l’intuizione. Le stantuffate dilaniano la fantasia. Non hai mai sopportato neppure quelli che chiacchierano con insistenza durante una partita, quelli che non sanno vivere il silenzio, lasciare che questo si spezzi solo al cozzare delle bilie. Tra te e Buster Keaton in quel sogno c’era quella complicità che solo l’incrociarsi di due sguardi è in grado di rendere palpabile.

La ballerina che danza su una lastra di vetro e i bambini che saltallano in due inquadrature successive di Entr’acte di René Claire, un esempio lampante di suggestione visiva e di associazione libera dalle consequenzialità. Pura narrazione, primordiale, libera da cause ed effetti, dalle catene di logiche dicotomiche che passano al torchio i sentimenti. C’è solo la sontuosità dei gesti a fare da collante.
Vorresti riuscire a scrivere così, associando le cose che vedi in un tessuto di enunciati, usando le sensazioni come punteggiatura.
La palla numero tredici riprende a rotolare sul panno, nel lento viaggio verso la buca, poi la caduta come un tuffo metallico, gli ingranaggi che posizionano la pallina nella zona di stallo, in attesa della prossima partita.

Era una giornata di quelle piovose, anche se il crepitio era coperto dal suono della televisione, che era domenica e c’era il campionato di calcio. La partita era quasi vinta e toccava a te, rimanevano la palla tredici e, logicamente, la otto da imbucare. La otto sarebbe dovuta finire nella stessa buca della tredici. La tredici era facile, quasi dritta per dritta, da piazzare nella buca centrale. Tutti si aspettavano un tiro del genere. Il problema consisteva nel fatto che la numero otto era vicina alla buca in angolo, e sarebbe stato assai complicato riuscire a farla entrare in quella centrale. Colpendo di striscio la tredici e imbucandola nell’angolo la partita sarebbe finita, ma quello era un colpo che richiedeva un certo grado di follia. Decidesti di rischiare quel tiro, dopo averci pensato un paio di minuti,  due minuti quasi integralmente passati ad ingessare la stecca. Andò bene. Ti aspettavi di essere attraversato da una grande gioia, per questo, e invece la tristezza ti distrusse. Il pensiero che questo fosse il massimo che sapevi ottenere dalla tua vita ti fece gettare la stecca a terra, impulsivamente, e correre via di lì, dimenticando l’ombrello nel portaombrelli. Arrivasti a casa fradicio di pioggia e di lacrime.

Il toast è bruciacchiato come piace a te.
Alla fine della strada c’era quella scarpata, hai frenato con tutte le tue forze ma alla fine sei rotolato giù, come la palla numero tredici verso la buca in angolo. Poi aspettavi di risalire e giocare un’altra partita, ma eri così sporco e nessuno voleva tenderti la mano. Così sei rimasto nella zona di stallo ad aspettare. Passarono mesi prima che una persona riuscisse a guardare dietro la terra, le ferite ancora aperte e quelle cicatrizzate. A lanciarti un abbraccio di salvataggio, là sotto.

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Appeso alle nuvole

Novembre 6, 2009 · 2 Commenti

Quello che stai vivendo è un attimo congelato, le cose scorrono piano, come frenate da dighe invisibili. La giornata non è ancora iniziata, per la maggior parte delle persone, il suo detonatore deve ancora rivelarsi al cielo. Qualche macchina attraversa il ponte, ogni attraversamento sembra durare un secolo. L’azione è ormai il susseguirsi di stati equilibrio, uno dopo l’altro quasi fossero sospiri. L’abbandono di ogni stato è accompagnato dal dolore e dalla non replicabilità.
Ora osservi l’acqua del fiume, è scurissima, impura. Vorresti tanto che una folla di persone, in superficie, ti pregasse di non farlo. Le voci spezzate che si sovrastano a comporre un clangore castrato. Poi l’immaginazione sfuma e l’acqua nera torna a colpirti gli occhi. Non hai una vita davanti, come urlavano quelle voci, ma una vita alle spalle.
Vorresti tuffarti in qualcosa di più limpido e candido, invece tutto finirà nello squallore. Questo pensiero ti rattrista. Sali sul muretto di mattoni, senza fatica. Immagini l’oceano sotto di te, le sue onde, il suo odore, la sua vastità. L’abbandono in un tuffo, un saluto verticale e fulmineo che scongela il tempo.
Poi un riflesso spontaneo ti fa sbattere le braccia, la caduta d’un tratto s’arresta e sfiori col petto il pelo dell’acqua. Poi voli sopra una città ancora semiaddormentata, sospeso in fuga dal ralenti sotto cui sembra sepolta. Non riesci a ricordare un’esperienza più tangibile di questa.
Il volo non si arresta e implacabilmente resti cristallizzato nell’aria, come appeso alle nuvole. Volare cadendo, una cosa che la realtà non aveva preso in considerazione.

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Il dirigibile sgonfio

Novembre 5, 2009 · 3 Commenti

Conoscevo una ragazza che sognava più degli altri, a dire il vero non credo che abbia passato un solo istante della propria vita senza smettere di farlo. Aveva una candela, una di quelle grosse, e sulla cera aveva inciso la parola “speranza”, in verticale. Ogni volta che qualcosa o qualcuno la deludeva accendeva la candela, il tempo di piangere un po’, poi la rispegneva. Viveva con un ragazzo in un garage dal portone arrugginito, in un cortile pieno di garage, anche se gli altri garage contenevano automobili e non persone. Dormivano su sedie a sdraio spiaggesche, e le tenevano unite con del nastro adesivo, e avevano bisogno di parecchie coperte, in inverno. E avevano un tavolino e un fornelletto, una bacinella grande, qualche pentola e qualche posata, e una piccola tv e un lettore dvd, un regalo di un amico. Sul tavolino c’era la candela di lei adagiata su un portacandele. Se la parola che vi sta venendo in mente ora è “essenziale”, avete inquadrato la situazione.
Di candela ne rimaneva poco più della metà la mattina in cui lui si svegliò, uscì in cortile a sgranchirsi le ossa e vide un dirigibile sgonfio, proprio pochi metri davanti al loro garage. Si mise ad urlarle di venire là fuori e vedere, lei in un primo momento si irritò molto per essere stata svegliata in quel modo, poi uscì dal garage, pareva quasi un cadavere, e con gli occhi semiaperti vide anche lei il dirigibile sgonfio, appoggiato al suolo. La cosa la rese felice.
Non passò nemmeno un minuto dalla scoperta che i due progettarono di gonfiarlo, quel dirigibile, di portare con loro le quattro cose che possedevano, di vivere per sempre in viaggio nell’aria. Per tutto il giorno non parlarono d’altro, e lei trovò un barattolo di pongo in uno scatolone ed anche se era un po’ duro riuscì a fabbricare un dirigibile, poi ne avanzò un po’, di pongo, così fece anche due figure umane, e le poggiò sopra il dirigibile. Prima di andare a dormire i due guardarono Forrest Gump, che a lei piaceva molto.
Al risveglio lui uscì dal garage e il dirigibile era sempre lì, davanti a lui, non si era mosso di un millimetro. Aspetta che riesca a gonfiarti, pensò, e sarò finalmente una piuma, finalmente reale. Un attimo dopo però concretizzò di non aver idea di come gonfiare un dirigibile, e allora si prese a schiaffi e si fece anche un po’ male. Poi andò da lei, le spiegò la situazione e le disse che sarebbe stato meglio gettarlo in un cassonetto, quel dirigibile, in modo da non doverlo vedere mai più. Lei restò un po’ impietrita e lui mise in pratica il suo proposito, d’impulso. Lei accese la candela, lasciò che si consumasse del tutto, lentamente. Atterrare prima del decollo, nei suoi sogni questo non lo aveva considerato.

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L’ombrello

Ottobre 31, 2009 · 5 Commenti

C’era un vento terribile e pioveva forte, il giorno in cui l’ombrello aperto di una giovane scrittrice prese il volo. La ragazza correndo lo inseguì per qualche centinaio di metri, ma l’ombrello si dimenava spinto un po’ qui e un po’ là dal forte vento, così lei si rassegnò. La tempesta d’un tratto cessò, ma l’ombrello ormai si era abituato a volare e non volle saperne di scendere, continuò quindi il suo slalom fra i palazzi della città. Gli abitanti regredirono increduli allo stato infantile davanti a quel bizzaro fenomeno ascensore: qualcosa di originale stava finalmente scuotendo i loro occhi. C’era chi diceva di averle viste tutte, ed ecco che l’ombrello bianchettava quel cliché. Qualcuno cominciò perfino a pensare che i sogni fossero materia di possibili inseguimenti, che mille certezze non valessero una speranza. Uno studente litigò con il suo professore di fisica, il dito indice puntato verso il cielo.
Altre folate di vento trascinarono poi l’ombrello verso nuove città ed altre persone, e l’ombrello trasformò parecchie illusorie realtà in tangibili illusioni, illustrò la fantasia come ragione di vita, prese a schiaffi la routine con il guanto dell’improvvisazione.
Poi un giorno l’ombrello tornò dalla ragazza che ne era proprietaria, entrando da una finestra aperta, e lei si meravigliò molto nel rivederlo. Ignorava quello che l’ombrello era riuscito a significare per gli altri, ma provò a immaginarne le avventure, e siccome era una scrittrice si mise a scrivere una poesia su quello che aveva fantasticato. Quella poesia sarebbe diventata il mio ombrello volante.

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Sotto i riflettori

Ottobre 29, 2009 · 6 Commenti

I riflettori si accendono, come una gamba tesa contro ogni mio presunto tentativo di fuga. Le luci mi abbagliano facendomi sentire cinque o sei anni più vecchio, come se il tempo si fosse trasformato in una giostra trotterellante. Prima la sua ombra, poi il suo profilo, poi l’intera figura. Il mio boia sopraggiunge. Ha una falce lucente in mano, e la luce dei riflettori ci si sbriciola sopra come fosse un prisma. No, rispondo, non voglio incappucciare le nostre emozioni, la gratuità del tuo gesto definitivo. Voglio vedere.
Una ballerina in candido vestito da sposa volteggia sul palcoscenico, qualche metro davanti a me, atterra sulle punte dei piedi, poi con due passi enfi di grazia esprime la sua visione d’insieme dell’universo, le gambe e le braccia a delineare traiettorie di corpi celesti. La ballerina orbita intorno a noi, la falce resta sospesa a mezz’aria, categoricamente ferma come sostenuta da un pezzo di marmo. Anche il tempo è diventato marmoreo. Il pubblico si spazientisce.
Serve un rombo che cancelli le definizioni, chissà cosa si nasconde sotto la loro polvere.
Un cacciatore sopra un tetto, qualche isolato più in là, buca a fucilate i palloncini d’elio di alcuni bambini di ritorno da una fiera. Lacrime e singhiozzi lacerano l’aria. La ballerina, lieve, arriva sul posto e afferra un palloncino per la cordicina, e con il palloncino in mano si muove come una piuma, piroettando attorno ai proiettili in volo. Dopo un po’ di tiro al bersaglio il cacciatore si stufa.
Sotto il vestito delle definizioni il corpo nudo dell’esistenza.
Una clessidra piena di lacrime ha quasi finito di segnare il tempo, e aspetta che qualcuno la giri dall’altra parte, affinché possa ricominciare.
Un soffio tra il tic e il tac di un orologio trascina la ballerina con l’abito da sposa fra le nuvole, ora il suo danzare non ha più base d’appoggio. Poi la picchiata, dolce, interminabile. Una leggiadra fatalità.
Le luci si spengono, le immagini collidono le une sulle altre, il racconto si dissolve in nero.

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