Un lento apprendistato

Voce marcata come ‘controcampi’

Appeso alle nuvole

Novembre 6, 2009 · 2 Commenti

Quello che stai vivendo è un attimo congelato, le cose scorrono piano, come frenate da dighe invisibili. La giornata non è ancora iniziata, per la maggior parte delle persone, il suo detonatore deve ancora rivelarsi al cielo. Qualche macchina attraversa il ponte, ogni attraversamento sembra durare un secolo. L’azione è ormai il susseguirsi di stati equilibrio, uno dopo l’altro quasi fossero sospiri. L’abbandono di ogni stato è accompagnato dal dolore e dalla non replicabilità.
Ora osservi l’acqua del fiume, è scurissima, impura. Vorresti tanto che una folla di persone, in superficie, ti pregasse di non farlo. Le voci spezzate che si sovrastano a comporre un clangore castrato. Poi l’immaginazione sfuma e l’acqua nera torna a colpirti gli occhi. Non hai una vita davanti, come urlavano quelle voci, ma una vita alle spalle.
Vorresti tuffarti in qualcosa di più limpido e candido, invece tutto finirà nello squallore. Questo pensiero ti rattrista. Sali sul muretto di mattoni, senza fatica. Immagini l’oceano sotto di te, le sue onde, il suo odore, la sua vastità. L’abbandono in un tuffo, un saluto verticale e fulmineo che scongela il tempo.
Poi un riflesso spontaneo ti fa sbattere le braccia, la caduta d’un tratto s’arresta e sfiori col petto il pelo dell’acqua. Poi voli sopra una città ancora semiaddormentata, sospeso in fuga dal ralenti sotto cui sembra sepolta. Non riesci a ricordare un’esperienza più tangibile di questa.
Il volo non si arresta e implacabilmente resti cristallizzato nell’aria, come appeso alle nuvole. Volare cadendo, una cosa che la realtà non aveva preso in considerazione.

Categorie: narrazioni
Messo il tag:

Il bambino che camminava adagio

Settembre 30, 2009 · 5 Commenti

Il bambino che camminava adagio si accorse di camminare adagio non appena mosse i suoi primi passi: ci mise un’ora a compiere il primo. Poi cinquanta minuti, poi quaranta, ma non scese mai sotto la mezz’ora. Desiderare un oggetto per il bambino che camminava adagio significava agonizzare lungo distanze siderali. Poteva smettere di desiderare un oggetto a metà tragitto, inseguirne un altro e poi un altro e infine non raggiungerne nessuno. Oscillava tra quattro pareti senza riuscire mai ad urtarne alcuna. Ogni attimo era per lui una fotografia replicata fino al logorio. Amplificava le emozioni e poteva provarne una per giorni interi.
Il solo amico che aveva era il vicino di casa, e gli ci volevano quasi due settimane per andarlo a trovare. Preferiva spendere il suo tempo per conoscere bene una persona piuttosto che non conoscerne alcuna.
Il bambino che camminava adagio continuava a essere un bambino anche a trent’anni, nonostante il suo corpo patisse i segni del tempo come ogni altro corpo. Quando iniziò a diventare adulto tutte le persone che amava morirono una ad una. Aveva appena cinquant’anni.
E il meccanismo procedeva implacabile, non appena si affezionava ad una persona questa lo abbandonava, gli moriva sotto gli occhi.
Aveva centosessant’anni quando si stufò definitivamente della sua situazione, e decise di buttarsi giù da un ponte. Ma non sapeva che il ponte distasse non poco dalla sua dimora. Si incamminò chiedendo indicazioni, fermandosi a mangiare nei locali in cui si imbatteva, scambiando parole con la gente di passaggio. Vide la sua ombra talmente a lungo da tatuarsela sulla retina.
Ci mise vent’anni a giungere nei pressi del ponte, e quando ormai era quasi arrivato fu colpito da un’ironia beffarda, la morte lo chiamo a sé nonostante quei ritmi bradipeschi, stramazzò al suolo con un tonfo strozzato.
Nessuno seppe identificarlo, nessuno conosceva il suo nome, nessuno gli organizzò un funerale, nessuno pianse per lui. Fu sepolto nella terra vicino al ponte nei pressi del quale fu trovato, e tutti i presenti ebbero come l’impressione che il freddo cadavere ridesse di gusto.

Categorie: narrazioni
Messo il tag: ,