
Il wrestling sembra essere una metafora del cinema: una serie di mosse (inquadrature) e coreografie da concordare nel backstage allo scopo di mandare in visibilio il pubblico. Come sul set anche sul ring però, nonostante la mise en scène, interviene sempre qualcosa di imprevedibile, la vita e la dimensione del reale intervengono perché anche il set e il ring ne fanno parte, così come sono reali e vitali i gesti compiuti dall’attore/wrestler. Randy “The Ram” Robinson non sa vivere davvero fuori dal ring, ed è proprio oltre il suo perimetro che l’ariete si provoca le ferite più profonde. La sofferenza diventa manifestazione del dentro verso il fuori, incancellabile quanto il respiro. E il ring è l’unico posto in cui l’ariete può soffrire corporalmente, ovvero ferirsi fuori (superficialmente), senza subire ferite interiori, e il grido della folla è l’unica cosa per cui valga davvero la pena vivere. I legami con un certo film di Eastwood non sono nemmeno poi tanto sottili…
“The Ram”, come lui stesso ammette, un vecchio pezzo di carne maciullata, ma anche un “affettatore” di carne. Proprio mentre affetta il prosciutto, tagliando la carne come in un incontro, si ricorda che può essere macellaio solo e soltanto sul ring, che “The Ram” non è fatto per altro.
Davvero impossibile parlare di the wrestler senza parlare della grande e generosa (non-)interpretazione di Mickey Rourke, che praticamente si strappa il cuore dal petto per metterlo davanti alla macchina da presa. Lo differenza tra persona e personaggio talvolta sfuma nel nulla, ed è sempre Rourke ad impossessarsi di “The Ram”, egli è l’ariete almeno quanto Morgan Freeman è Morgan Freeman in 10 cose di noi. La proiezione (parziale o totale) della persona nel personaggio talvolta vanifica l’interpretazione, e quello che ci sembra di vedere è solo un Rourke nemmeno troppo truccato e non colui che egli interpreta.
Darren Aronofsky, spesso caratterizzato da eccessi linguistici e slanci di incomunicabilità (vere e proprie mura oltre le quali lo spettatore non era invitato), comunque autore (in genere) di buon cinema, realizza un film che con la sua precedente filmografia ci azzecca poco o nulla (e guarda caso è anche il suo miglior film…). Finalmente sobrio e voglioso di lottare corpo a corpo con lo spettatore utlizzando un linguaggio diretto ma non per questo impersonale. La macchina da presa, per la maggior parte del tempo, segue “The Ram” alle spalle, l’inquadratura lo custodisce e lo preserva, l’immagine non lo abbandona. Fino a che non è lui a decidere di abbandonare l’inquadratura, con quel salto fuori campo in cui l’ariete/Rourke saluta e si congeda dal pubblico e dallo spettatore ricordandoci che lo scarto tra cinema, wrestling e vita non è mai troppo netto, anzi talvolta perfino faticoso da avvertire.

