I’m not there

Un film di Todd Haynes con Christian Bale, Cate Blanchett, Marcus Carl Franklin, Richard Gere, Heath Ledger, Ben Whishaw, Charlotte Gainsbourg, David Cross, Bruce Greenwood, Julianne Moore

“Non mi ritengo un poeta, perché non uso le parole. Sono un artista del trapezio.”

Galleria d’arte “Todd Haynes”: l’oggi, lo ieri e il domani dimorano nella stessa stanza, forme d’arte dissimili quali musica, poesia e cinema si armonizzano a tal punto da essere indistinguibili l’una dall’altra.
Arte che coinvolge i cinque sensi, che mette la percezione sopra la logica. Non razionalizziamo ciò che non possiamo veramente capire, piuttosto avviciniamoci sempre più allo schermo e facciamoci assorbire dall’incantevole flusso delle immagini.
Una bellezza che assurge a penetrazione dell’occhio con successiva discesa verso il cuore.
Impossibile alzarsi persin dopo la fine della visione, l’occhio come incantato resta lì a fissare quello schermo ormai vuoto nella speranza di poter contemplare ancora un simil spettacolo.
Un’opera libera, fuori dai canoni, non un semplice documentario sulla vita di uno dei più grandi artisti del novecento.
L’arte si mette davanti allo specchio e si ridipinge, si reinterpreta.
Quante strade deve percorrere un’artista, prima che si possa definire tale?
Su quali treni deve salire? Da quali balene essere inghiottito?
Questi cammini vengono perlustrati da Haynes attraverso vari personaggi rappresentanti ognuno un diverso aspetto del cantante.
In qualche modo l’artista viene svestito, ma persino Bob Dylan a volte deve stare nudo.
Stili registici diversi per raccontare differenti storie, ed anche un difforme modo di viverle, di penetrarle e narrarle.
Un film dalla struttura aperta, con diversi mondi e micromondi narrattivi che si intersecano: esattamente quello che serve a raccontare la storia di un anticonformista come Dylan, un personaggio molto complesso.
Una pietra che rotola nell’universo dylaniano, un viaggio immaginario, giustapposizione tra finzione e realtà.
Dissimulazioni, illusioni ellittiche che ci sfuggono da sotto gli occhi e ci spiazzano definitivamente.
Tutti i personaggi sono in un qualche modo “falsi”, nessuno di essi è Dylan seppur lo siano tutti.
Tante, troppe etichette prendono fuoco per lasciar spazio all’immaginazione, ciò che Haynes mette al centro di questo piccolo (eppur così maestoso) universo filmico.
Dylan non emerge dal film, vi è immerso, lo si coglie afferrando l’insieme.
La sua voce non estrinseca semplici onde sonore, ma tante piccole mani che accarezzano.
Mani che dolcemente toccano volti di persone speranzose, sfiorano corde di grandi e gloriose armi “contro il fascismo”.
Ma anche la voce di Dylan qui non si ode, viene “rieseguita” ed in qualche modo le mani recise e gettate sullo schermo.
La performance della Blanchett non va nemmeno commentata, qualsiasi cosa possa io dire non le renderebbe giustizia.
Un vero manifesto, questo film.
Rimarrà nei nostri occhi a lungo questa grande lezione di cinema.
Dome
“She’s got everything she needs, she’s an artist, she don’t look back.
She could take the dark out the nighttime and paint the daytime black.”
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34 pensieri su “I’m not there

  1. “Dylan non emerge dal film, vi è immerso, lo si coglie afferrando l’insieme”: parole perfette… Concordo in pieno.

  2. gentilissimodevi assolutamente vederlo, ne vale veramente la penaio sono dovuto praticamente emigrare per vederlo ma ne sono soddisfatto(se lo avessero dato vicino casa mia avrei messo le tende al cinema ^^)

  3. veramente difficile scrivere di questo film, specie quando non si può fruire di visioni successive(il pellegrinaggio va bene una volta ^^)grazie, grazie, grazie! ^^

  4. Bellissimo commento. Ora il vaso è colmo! In quasi tutti i blog visitati I’m not there viene osannato. Aumenta in me l’ansia di vederlo. E’ già al cinema e non ci sono ancora andato. Soffro da astinenza da I’m not there.Grazie Dome.

  5. Ad alcuni amici che erano con me non è piaciuto. Ecco credo che comi dici tu bisogna farsi assorbire dal flusso delle immagini e non cercare di ricomporre i pezzi del film o cercare di capire. Il problema viene dopo,quando da ricomporre è il puzzle delle sensazioni e la dimostrazione è il tempo che ci hai messo per scriverne qualcosa (ma ne è valsa la pena). In questo senso azzeccatissimo, come gli ho già scritto, il titolo del post di Delirio: DYLAND EMPIRE.

  6. tutti gentilissimi quest’oggi@luciano: è vero, viene osannato praticamente ovunque (e a ragione, secondo me ^^)devi vederlo, perderselo (al cinema) sarebbe un vero peccato!@edo: dammi nomi e cognomi! he he sì la ricostruzione del puzzle delle emozioni è ancora un work in progress, da queste parti ^^DYLAND EMPIRE!dome

  7. “L’arte si mette davanti allo specchio e si ridipinge, si reinterpreta. Quante strade deve percorrere un’artista, prima che si possa definire tale?”Dopo queste bellissime parole, la curiosità è salita alle stelle! Non vedo l’ora di essere seduto e godermi lo speccatolo. I’m not there!

  8. la seconda frase è tra l’altro la rilettura di blownin’ in the wind”quante strade deve percorrere un’uomo, prima che si possa definire tale?”ormai lo cito senza nemmeno più accorgermenesono dylaniato ^^il film va assolutamente visto e, come dici tu, godutosoprattutto grazie mille per i complimenti!dome

  9. “Una bellezza che assurge a penetrazione dell’occhio con successiva discesa verso il cuore.”…fosse sempre così, sarebbe un mondo migliore! ^^ Lo vedo stasera, finalmente!

  10. Ma che rece! Straordinaria.Dalle parole che hai utilizzato si percepisce che musica e cinema sono passioni che si fondono senza mai riuscire a separarsi… e in un film (per altro incantevole- come descrivi) dove la musica diventa cinema (e viceversa), ci saranno certamente numerose emozioni!Andrò a vederlo, sicuro!!!

  11. emozioni a go go, questo è sicuroe anche lacrime, a più riprese!se riesci ad andarlo a vedere ne vale veramente la pena!e ti ringrazio di cuore, gentilissima!!!dome

  12. è una specie di miracolo: non solo grande lezione di cinema “sperimentale” ma geniale soprattutto perché quello sperimentalismo stilistico fa parte integrante e irrinunciabile del modo (dell’unico modo) in cui poter raccontare una personalità caotica, cubista, contraddittoria come quella di Dylan.

  13. @noodles: miracoloso, senza dubbioquesto era l’unico modo per “raccontare” dylan, ne sono sicuro!PS: nella CC tutti pazzi per haynes! ^^@soldatperdu: forse commentarlo in silenzio è la cosa migliore che si possa fare

  14. Mi dispiace, ma l’ho detestato. Di più: me ne sono andato dalla sala mezz’ora prima dalla fine, una cosa che credo di non aver mai fatto prima in vita mia. Un pasticcio confuso, un guazzabuglio di scelte registiche incomprensibili di cui non ho apprezzato praticamente nulla, montato a caso e senza senso compiuto. Bah! 😦

  15. eresia! (scherzo eh)perchè confuso? non è Dylan un personaggio controverso?fosse stato lineare ne sarei uscito delusoqui dylan viene analizzato nelle sue sfaccettature, nelle sue diversità, nei diversi periodi di vitanon è incomprensibilesemplicemente manifesto di modernità (e ang lee avrebbe assai da imparare)(tutt’altro che montato a caso… il montaggio a sua volta è funzionale al personaggio dylan, ogni singola parte del film parla di Dylan)avant-pop!

  16. Il mio problema (perché il problema è mio, non del film, me ne rendo conto) è che io amo un cinema di sottrazione e non di accumulo, un cinema dove ogni elemento (comprese le scelte di inquadratura e di montaggio) abbia un senso ben preciso. Questo film, invece, mi ha dato l’impressione di essere tutto fatto a caso. Mentre lo vedevo, come detto, mi chiedevo contiuamente il perché di questa o quella scelta, senza trovare una risposta. Non mi stupisco che ad altri sia piaciuto, ma lo stile di Haynes non fa per me (anche “Velvet Goldmine” non mi era piaciuto).

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