Luci della città

Le corde vocali sono amputate, la voce soffocata dalla pantomima traspirante emozioni che attraversano il contesto senza lasciare residui nel fitto filtro sonoro.

Il vagabondo trova conforto tra le braccia della statua dedicata alla (in)giustizia e ad una prosperità che lega il cappio al collo dell’uomo, essere insignificante al quale è concesso un timido respiro smorzato poi dalle pinze sociali. Charlot e il suo mondo collidono dunque con una realtà costellata di finte misericordie, di pacche sulla spalla date col pugno di ferro, di persone esili che non possono vincere al braccio di ferro contro l’esistenza.
La riconquista della dimensione umana avviene attraversando fiumi di alcool che causano la perdita di senno del potente, che scade dunque al livello del misero, dissipando totalmente la spietatezza che lo contraddistingue.
Al matrimonio con la causa dell’esistenza Charlot porta come fede la propria libertà, l’omino sposa l’essere umano, tenta di interrompere il suicidio a cui porta il darwinismo sociale mettendo sul piatto della bilancia la propria dignità.
Distrutto, bastonato da un mondo che non gli appartiene, calpestato da piedi pesanti, misero come non mai, sbeffeggiato, guarda negli occhi l’amore che prima era cieco, negandoci l’happy ending tradizionale per sostituirlo con una coltellata che non lascia speranza, il bicchiere non è mezzo pieno, è vuoto a metà.
Chaplin gira un film amarissimo, che si fonda sulla contrapposizione tra “visto” e “sentito” (con gli squillanti recettori del “dentro”, non con il sordo orecchio “esterno”), sulla trasmissione del tragico attraverso i canali del comico. La morte della risata viene guadata da un patetismo assorbente e preponderante.
Durissimo, severo, Chaplin analizza il dramma sociale che lo circonda con una profondità che perfora l’immagine oltrepassandola dando vita ad un meccanismo decostruzionista che vuole e riesce ad essere manifesto umanista.
Lo scheletro della satira viene modellato con spoglia allegoriche congiunte per mezzo dei legamenti crociati del sarcasmo.

Voto superfluo.

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18 pensieri su “Luci della città

  1. Che bella analisi, davvero profonda! manifesto umanista…hai colto nel segno. Tutto il cinema di Chaplin è un grande manifesto umanista. Ora però mi hai fatto venire voglia di rivederlo.. 😉

  2. ti ringrazioper quello che ho visto fino ad ora, posso confermare, è un grande manifesto umanistaproseguirò con l’esplorazione del suo cinema!

  3. Concordo anch’io con Countryfeedback… uno dei film più grandi di sempre (e non il migliore di Chaplin, questo è quello che fa più paura ^ ^) di uno dei più grandi registi di sempre (e su questo non ci sono dubbi).Un finale immenso… toccante, commovente e assolutamente geniale.Si potrebbe scriverne per ore, ma le parole davanti a queste opere d’arte sono superflue…Ciao, a presto

  4. Io non sono così sicuro che non sia il migliore (o comunque UNO DEI migliori). Qui siamo in zona vertice, assolutamente. Basterebbe la scena finale a garantirglielo…

  5. guarda la scena finale si commenta da seper ora non saprei giudicare, ho visto solo 3 film di chaplin, vi saprò dare una mia opinione, per ora mi limito a leggere con interesse le vostre

  6. me ne vergogno..a parte qualche spezzone non ho mai visto un film di chaplin..ma questa ottima recensione e il fatto che “Luci della città” sia considerato un capolavoro praticamente da tutti potrebbero muovermi alla visione…devono muovermi alla visione!

  7. @delirio: il soggetivismo della mente@ale: dici? ^^chaplin immenso, sul serio@deneil: DEVI! he he hedai non c’è fretta, piano piano si recupera tutto (o quasi)

  8. Sinceramente tra questo, La febbre dell’oro, Tempi moderni, Il circo, Monsieur Verdoux e Luci della ribalta non saprei quale scegliere. Mi capita solo con Chaplin. Sempre ottime recensioni. A presto.

  9. Forse uno dei finali che mi ha commosso di più…concordo con luciano…è difficilissimo scegliere, tutti bellissimi!

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