Bande à part

Francia 1964 Regia: Jean-Luc Godard Durata: 95 minuti B\N

UNA COSA A TRE
Colui che “realizza” si intromette nel filmico e lo racconta, sottolineandone la natura fittizia indissolubile, descrivendo l’illusione alla quale lo spettatore sta assistendo: la magia del cinema (e non esaltando il proprio ego come fa Von Trier ne “il grande capo”). Non a caso i punti più alti toccati dalla sceneggiatura sono quelli in cui la voice off traccia i personaggi accostandoci alla vicenda, quasi a voler testimoniare come occhi, orecchie e cuore debbano sempre essere al centro della scena.
Un omaggio al cinema, un gioco (divertente/divertito, ma senza autocompiacimenti) ben imbastito che sdrammatizza il noir e fa lacrimare la commedia.
La storia è leggera quanto un soffio (è una pellicola, nonostante l’umorismo, molto “delicata”) che trasporta dolcemente e con passione, con lo scopo principe di farci passare del tempo, ma del tempo speso bene.
Godard gioca a guardare il cinema dal di dentro, quasi “improvvisando” spinto dalla forza della passione, sentimento che dona quel tocco di “genuinità” alla pellicola.
Ciò che rende l’idea migliore di improvvisazione è l’utilizzo di personaggi “mobili”, liberi di spaziare e di agire un po’ come capita (fondamentale la sequenza del “balletto” al suono del juke box sotto questo punto di vista).
E se l’estetica diventa un aspetto fondamentale da curare, la forza narrativa non ne esce a capo chino, l’energia si esprime attraverso il binomio immagine/parola (come si diceva prima occhio/orecchio), e di fatto anche il “minuto di silenzio” deve essere interrotto anzitempo.
Senza dunque volersi rinchiudere in una scatola, Godard imposta il film in una direzione “jazzistico-creativa” (direzione seguita parellelamente dalla colonna sonora), come un vagabando non segue un sentiero ma ne “crea” uno.
Col l’avanzare dei minuti questa leggerezza assume toni decisamente amari, ma è sempre un’amarezza leggera, volutamente poco penetrante.
Questa vaporosità giunge al suo vertice nella sequenza (quasi Naïf) della corsa dentro il Louvre (ed anche qui l’arte viene vista come passatempo, i protagonisti entrano al museo per “spezzare il tempo”, non per godere dei quadri).
Il bisogno fondamentale è quello di comprendere come il cinema possa essere privo di ogni intellutualismo, possa proseguire sulla strada dell’accessibilità e del divertimento, “raccontando” con maestria.
Un trionfo creativo che decide di lasciar da parte il cervello, allontanando la razionalizzazione cervellotica dell’immagine, gettando via le chiavi per utilizzare i passepartout.
Ottimi i tre interpreti principali.
[otto e mezzo]
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23 pensieri su “Bande à part

  1. Stupendo. Le sequenze del balletto e della corsa al Louvre sono una cosa indimenticabile! Concordo pienamente su tutto, soprattutto sul voto ^_-Ale55andra

  2. un film di cui ho sentito parlare proprio in questi giorni e che devo assolutamente recuperare..purtroppo sono troppi i film che ogni giorno mi impegno di andare a ripescare!solo una cosa stupida: perchè il corsivo?

  3. Bella analisi, come sempre. Punti giustamente l’attenzione sull’aspetto della “leggerezza”, così importante in Godard…comunque film grandissimo, poco considerato dalla critica di professione (Bertolucci lo ha omaggiato nel mediocrissimo “The dreamers”, l’hai visto?). Per proseguire sul filone della “leggerezza a 3” ti consiglio di vedere lo splendido “Jules e Jim” di Truffaut.. un abbraccio P.S. Lasciare un commento da un computer dell’università è una sensazione alquanto piacevole

  4. @ale: due sequenze che resteranno a lungo nella mia memoria!@deneil: è un film consigliatissimoil corsivo? scelte stilistiche…non ti piace? ^^@pickpocket: grazie, io di truffaut ho paura, ho amato così tanto i 400 colpi da aver perso l’uso della parola per almeno 2 ore…quando mi farò forza “jules e jim” verrà senz’altro visionato”the dreamers” mi manca, ma ho letto in giro della citazione a questo film

  5. no perchè pensavo fosse tipo una rece presa da qualche parte..bo che ne so!son pazzo!in compenso ho visto the dreamers..e posso tranquillamente affermare che al di la dell’ omaggio (che io ovviamente non ho colto non avendo visto quello a cui si riferisce) l’ho trovato un film peggio che mediocre..brutto.e basta.

  6. su questo blog è tutta farina del mio sacco, nel bene e nel male he hemi sa che ho avuto buon fiuto ad evitarlo, the dreamers

  7. è uno dei pochi che ho visto di Godard e m’è sempre piaciuto molto. C’è una ricerca originalissima sul montaggio che è tipica del Godard di quegli anni e appartiene anche a Fino all’ultimo respiro.

  8. fino all’ultimo respiro è sicuramente uno dei prossimi godard che vedròla ricerca sul montaggio mi è piaciuta, fa parte di questa voglia di “nuovo”e tutto ciò che è nuovo finisce col diventare automaticamente tradizionale (Eliot, dal film, più o meno così 🙂 )

  9. basti la sequenza della “desonorizzazione”mi sono avvicinato a godard solo da poco, ma non mancherò di vedere un buon numero di sue pellicole

  10. bello ricordare un film come questo. ^^L’unico neo è che Bertolucci in The dreamers abbia rubacchiato…Se poi penso a quello che pensa Godard di Bertolucci mi viene da sorridere… :)Sta uscendo un libro di riflessioni di Godard, “Due o tre cose che so su di me” (minimum fax) e, tra le varie cose ci sono le discussioni con Pasolini e Bertolucci e la contrapposizione tra “cinema di poesia” e “cinema di prosa”.Inutile dire dove stia Godard.Ad un certo punto dice che potrebbe ripetere e fare suo quanto disse una volta il produttore Sam Spiegel: “Io faccio cinema di prosa perchè al grande pubblico il cinema di poesia fa cacare”.

  11. Grazie per la segnalazione, souffle (tra l’altro io adoro la minimum fax per via delle copertine dei libri di Carver)gli intenti di Godard sono evidentissimiio non mi schiero dalla parte del cinema di prosa, ma diciamo che lo so apprezzare

  12. la minimum fax st editando dei libri succossissimi sui registi (c’è quello su allen, welles, poi quelli della nuouvelle vague). @souffle, a me era piaciuto l’omaggio bertolucciano però. cioè a dire il vero mi piace proprio tutta “l’operazione” The dreamers.

  13. Solo per precisare il mio punto di vista… Bertolucci è stato per me un grande (anzi grandissimo) nella prima fase della sua produzione, poi purtroppo piano piano è scivolato sul terreno stantio della retorica e della ampollosità scenografica… capolavori assoluti come “Il conformista” e “La commare secca” con cose come “The dreamers” non hanno nulla a che spartire, a mio modestissimo avviso. Un saluto a tutti i fequentatori di questo animatissimo blog!@Souffle: Cosa pensa Godard di Bertolucci? mi piacerebbe proprio saperlo…dicci, dicci… ciao! 😉

  14. Bande à part: un film eccezionale come tanti altri suoi film. Quelli degli anni sessanta sono più “leggeri”, “divertenti” (si fa per dire). J.L.G. mostra come decostruire il cinema classico per filmare quello che c’è tra le cose. La Nouvelle Vague con lui è cinema-saggio, ma anche cinema-poesia. Per conoscerlo meglio, se ti va, leggi uno dei suoi libri “Il cinema è il cinema”. Conoscerai così questo regista pazzo che ancora oggi è capace di stupire. Grazie (ottima recensione). A presto.

  15. ringrazio anche te per la segnalazionedevo assolutamente conoscerlo questo folle regista, e il primo approccio è stato sicuramente dei migliori

  16. @souffle: scusami ma dire che Bertolucci in “The Dreamers” abbia rubacchiato mi sembra assurdo… E’ assolutamente un omaggio, e anche dei più onesti e rispettosi degli ultimi anni (visto che fa anche vedere “la sequenza del louvre” di “Bande a part”, quasi a voler fare sapere, anche a chi non conosce il film di Godard, che si sta rivolgendo a quell’opera). Un omaggio di un grande regista che, ancora una volta, ha dimostrato (anche in “The Dreamers” che non è certo uno dei suoi film migliori) il suo grande amore per la storia del cinema…Ciao

  17. solo la sequenza della corsa meriterebbe un posto nel pantheon del cinema.stupendo.(adoro il tuo sottotilo: una cosa a tre!)

  18. he he, sono contento tu abbia apprezzato il sottotitolovero? la scena della corsa è da conservare per sempre negli archivi

  19. sono ore che girovago per blog e finalmente una bella analisi di Bande à Part (in realtà anche l’ unica che ho trovato oltre la mia!!!).Io comunque sono di parte adoro Godard in maniera folle.

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