Lontano dal paradiso

Hartford, Connecticut.
I colori caldi del melò con cui Haynes costruisce un omaggio a quello che fu il cinema.
L’impiego degli anni ’50 come eco per mettere in scena ciò che dovrà essere la cifra artistica/stilistica scrutatrice dell’ OGGI.

L’avvolgente meraviglia dell’autunno: foglie cadenti si schierano a terra e fungono da cuscino per i cuori in picchiata, i colori travolgono le superfici (ed è attraverso i colori che il film nasce, cresce e infine muore) e si dissolvono assorbendo l’immagine.
Le sfumature percepite dall’occhio sono uno dei più grandi inganni della Natura nei confronti dell’uomo. Visto e sentito sono in netto contrasto: l’autunno è tanto bello quanto “freddo” (così come sono congelati i rapporti tra individui appartenenti a “insiemi” diversi: l’unione non è consentita, il salto della staccionata non consente ritorni).
Non solo i colori ma quasi tutti gli elementi filmici (a partire dai movimenti di macchina che percorrono gli spazi freddi in maniera dolcemente calorosa) soffrono della contrapposizione caldo/freddo, tutti tranne uno: la colonna sonora che riscalda e scioglie il ghiaccio.

Lo stile non è fine a sé stesso ma rigorosamente incollato alla dimensione drammatica (carezza gli occhi non solo per distrarre e incantare, ma per poter percorrere il cammino che dalle pupille trascina fino al cuore).

Non c’è una riflessione preponderante sulle altre ma il filo conduttore è sicuramente il contrasto (di una forza devastante) tra “pubblico” e “privato”: due dimensioni dell’individuo schiacciate l’una contro l’altra da quella che è l’ARTE (ed è dopo la chiacchierata su un quadro che scatta la “scintilla” che unisce le sfere private di due persone, unione che genera un piccolo microcosmo che va in rotta di collisione con il “pubblico”: le barriere mentali del circondario sono ricoperte da filo spinato).
Il gioco luce/buio c’è ma è nascosto nella fossa intima e inscrutabile di ciò che sta dietro lo sguardo: l’esterno (con tutti i suoi colori) è tanto illuminato quanto sono enormi le ombre-dentro con le quali i personaggi devono convivere.
Più si cerca l’intersezione con insiemi artificialmente disgiunti (la distinzione razziale/sessuale è nella mente dell’uomo e non nel disegno naturale) più si finisce con l’essere segregati da un mondo che non ammette e non cerca fusioni (la nostra signora Whitaker si trova in stretto contatto con la sfera omosessuale e con quella delle persone di colore, contatti che la sconnettono da quella che è l’amara realtà: l’ALTRO non è ammesso).

La chiusura è antisimmetrica rispetto all’apertura e non segna solo un passaggio temporale ma concettuale: dal dolly iniziale verso il basso che ci porta nei colori della terra al dolly finale verso l’alto che ci conduce, forse per sempre, nel mondo dei sogni.

Che regista meraviglioso, questo Haynes.

[otto e mezzo]
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