La promessa dell’assassino (Eastern Promises)


L’ORRORE FUORI
Nascosto è il dolore interiore (così come lo è ciò che sta dentro i personaggi, l’interzona) nello sfondo, in ciò che circonda i personaggi (per essere ripetitivi: THE MAN FROM LONDON). Il “nero” che costeggia le cornici (le barriere che dividono i personaggi dall’ambiente, se vogliamo dunque “la pelle”) si dissolve nell’aria in maniera tanto uniforme da essere totale.
Il singolo personaggio e ciò che ha dentro sono sacrificabili (e quindi sacrificati) a questo concetto superiore di insieme (è nell’insieme che si coglie l’elemento e non viceversa), di avvolgimento generale.
Vedere l’orrore con gli occhi e interiorizzarlo (il percorso compiuto è qui dal fuori al dentro piuttosto che il contrario), mutare con l’insieme (che equivale a non mutare affatto).
Il sangue è scurissimo appunto perchè fuoriuscendo deve fare i conti con l’orrore esterno.
VIOLENZA RAVVICINATA
La violenza non si esprime qui “a distanza” (non ci sono pistole) ma solo attraverso il “corpo a corpo” (contatto tra le carni): è come se in qualche modo si debba rinunciare (in maniera insistita) allo spettacolo per lasciare libero sfogo alla crudezza (“cruda” è la lama che trafigge la carne).
Il getto del peso del male avviene dunque sul petto prima che sull’occhio (che osserva semmai il prodotto del male stesso: nuovamente il sangue).
FAMIGLIA: LA NASCITA E LA MORTE DEI LEGAMI
Adozioni continue, legami di parentela costruiti e distrutti, inventati o cancellati.
Si inizia appunto con la summa di questo discorso: il parto che uccide la madre (la nascita un minuto dopo la morte, la rottura del legame materno ancor prima che esso si possa essere manifestato “esternamente”).
La nascita/rottura accompagna a braccetto in maniera costante tutto il film, gli insiemi non sono definiti e i loro elementi si spostano continuamente (indipendentemente dalla propria volontà) perchè ingobati oppure espulsi.
Famiglie allargate al dì fuori del concetto di sangue (il sangue è FONDAMENTALE in questo film): il contatto, l’abbraccio dei corpi consente alle vene di collegarsi.
I NUOVI CORPI: COLLISIONI E STRUSCIAMENTI
Corpi che si scontrano, si fondono, si infrangono l’uno contro l’altro generando scintille quasi fossero metallo.
Le attrazioni/repulsioni della carne vanno a completare il concetto di insieme (un insieme frammentato a suon di coltellate), ed è dunque “insieme” che i corpi si esprimono.
Questo concetto è espresso in maniera magistrale nell’ormai pluricitata “scena della sauna” (che non è la vetta del film, come ci si poteva aspettare: eastern promises è una vetta continua): corpi (di cui quello, rigorosamente nudo, del grande Mortensen) che strusciano l’uno contro l’altro e contro le lame. Il sangue scuro che ne vien fuori è il risultato dell’impatto.
IL DOLCE CANTO DELLA PENETRAZIONE (SESSUALMENTE PARLANDO)
La sequenza probabilmente più forte dell’intero film è quella della scopata tra il Nostro (Viggo) e una puttana: essa esprime la formazione del legame familiare (di cui prima parlavamo) con gli Vory v zakone, un legame che nasce e vive attraverso la carne (dopo la scopata le due stelle sopra il cuore).
La voce narrante ci parla dei sogni, del canto, delle speranze di una ragazzina violata ed ecco che la prostituta (anch’essa costantemente violata) a rapporto ultimato si profonde in un canto: finalmente all’usignolo è consentito anche di volare.
TATUAGGI (IDENTIFICAZIONE) E TAGLI (DEIDENTIFICAZIONE)
Il senso dato alla pelle è un concetto che va oltre la semplice “carta d’identità”: i tatuaggi raccontano storie, segnano l’appartenenza (come marchi a fuoco testimoniano il legame non tanto “di” quanto “attraverso” il sangue).
La pelle nuda esprime tutto ciò che latita nello script: i personaggi sono delineati dalle tracce presenti sul corpo.
Ma l’identità data dal tatuaggio può essere cancellata quando la si slega dall’identità “personale”: il taglio delle dita del cadavere (con Viggo Mortensen che spegne la sigaretta sulla lingua, mon dieu!) sono una vera e propria espropriazione dell’identità (che secondo me va oltre il non voler far riconoscere il corpo dalla polizia: nella Londra cronenberghiana la polizia non esiste, e con lei “l’ordine”).
METAMORFOSI DELL’INSIEME
Come già detto non vi sono metamorfosi personali ma di insieme (questo perchè il genere al quale il film appartiene richiede una divisione, anche abbastanza netta, tra “buoni” e “cattivi”): se il buono è fautore del Bene e il cattivo quello del Male sono proprio il concetto di “Bene” e “Male” ad essere totalmente privi di consistenza.
Il male subisce la sua metamorfosi e diventa bene quando vi è in ballo una causa superiore (non la vita di una bimba quanto l’identità familiare che la bimba stessa rappresenta, non la tenera carne della piccola Christine ma la nuova carne della quale è inconsapevole testimone.)
CHRIST(INE): LA NUOVA CARNE
Christine, da Cristo.
Come cristo è un profeta (la carne fresca, la speranza, la colla definitiva dei legami), ma la natura divina è totalmente denaturata (non figlia di dio ma della violazione della carne).
Nasce per forza (dal diario della povera ragazza-mai-madre si evince questa condanna “a far nascere”) ed è il prodotto della violenza che si infrange sull’innocenza.
Ed è nel finale che ritroviamo l’unione di universi distanti proprio perchè è la bimba a fare da collante: corpi che si abbracciano per la salvezza degli insiemi di cui fanno parte (ed in quel momento ne creano uno tutto loro).
LA DISTRUZIONE DELLO “SCRITTO”
Solo David Cronenberg poteva tirar fuori un film tanto potente da uno script così piatto (per non dire mediocre). Il lavoro del regista, immagine per immagine, distrugge totalmente lo scritto e la sua canonicità (ancor meglio che non in a history of violence) e fa spiccare il volo ad un grattacielo fortemente incastrato nei meccanismi “di genere”.
CONSIDERAZIONI FINALI
La cosa forse più incredibile è la totale assenza di un (anche minino) calo di ritmo che sia uno: E.P. è un film che conosce solo il galoppo (perfino le scene statiche sono di una intensità “galoppante”).
Per quanto mi riguarda è uno dei migliori film dell’anno, ed è inutile avere nostalgia del vecchio Cronenberg: quello nuovo, più classico se vogliamo, è di una potenza incredibile (a patto di voler e saper scavare un po’ più a fondo).
Se tutto il cast è assolutamente perfetto Viggo Mortensen riesce a superare il concetto di perfezione (dategli un oscar, fate qualcosa!!).
Il doppiaggio italiano, tutto sommato, è all’altezza (ma per apprezzare pienamente il lavoro linguistico del parco attori la visione in lingua originale è direi OBBLIGATORIA).
[ne voglio ancora]
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