4 mesi, 3 settimane e 2 giorni

FILM NERO

“Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano” [George Orwell]

Inquadrature fisse alle quali è impossibile sfuggire. Inquadrature che lacerano l’occhio e lo devastano fino all’insostenibile.
I personaggi tracciati da Mungiu sono chiusi in una cella dove la forza di gravità è raddoppiata: schiacciati a terra non hanno la chiave per uscire (e anche se l’avessero fuori ci sarebbe una gabbia ancora più grande ad attenderli).
Dove sono i corpi, il futuro, la speranza? Cancellati dal travolgente macigno del potere.
Mungiu è un chirurgo che ha capito come operare: impugna il bisturi ed esegue un taglio netto che ci conduce definitivamente “fuori campo”.
Un quadro claustrofobico dalla cornice violenta che non lascia via di scampo: se ciò che vediamo è impietoso ciò che ci è negato è ancor peggio. L’inumanità perpetrata su corpi dei quali non si è più padroni (la carne è oggetto di vendita al dettaglio). Occhi che non possono chiudersi davanti al dolore, occhi incastrati in un presente insopportabile (lo sguardo che punta fuori è illusione: il ristorante è solo l’ultima gabbia).
“Cosa accade nel mentre” non è dovuto ad una scelta, in tutti i casi, ma frutto di una logica totaliritaristica che non prevede il bivio.
Così violenza sessuale e aborto non esistono (il film di Mungiu non parla assolutamente di queste cose) perchè sono fuori dalla percezione (afferrabili eppure “coperte”, definitivamente metaforiche), sottratte ad un contesto che perpetra la violenza dentro il corpo (nell’inquadratura).
Gli effetti della violenza-dentro (l’aborto-fuori) sono così impietosamente nascosti (fuori campo) da angosciare più di un fucile puntato contro (sappiamo di essere sotto tiro ma non vediamo il cecchino).
Perché, allora, quel feto?
Il feto rappresenta un futuro partorito morto, la proiezione non riuscita di se stessi nell’avvenire, la negazione della possibilità di scelta.
[otto]
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