Angeli perduti

NOTA BENE: rinuncio alla logica della calcolatrice non mettendo più i voti (una pretesa troppo irrispettosa che spesso annulla del tutto il dibattito) sotto le recensioni.

Wong Kar Wai è uno dei migliori psicanalisti dello spazio-tempo oltre che la massima espressione dell’eleganza “modernista”.
Angeli notturni, solissimi e distanti, fisicamente nell’immagine ma di fatto altrove, hanno la mdp come unica compagna (c’è qui una partecipazione in prima persona del “mezzo cinema” che è quasi sconvolgente: il sangue finisce sul mezzo riprendente, l’immagine non subisce più l’azione ma in qualche modo riesce a re-agire ).
Queste solitudini non si toccano direttamente ma sono collegate tramite degli esili ponti: non c’è impatto ma condivisione.
La percezione distrugge la visione (la visione oculare di un film è sempre parziale, non completa), lo stile non fine a sè stesso ma segno tangibile di un percorso (chi parla di esercizio di stile davanti ad un film di kar wai non cerca di penetrare il senso del segno, si limita a osservarlo e tuttavia non lo vede).
Il grandangolo che distrugge il primo piano è necessario e indissolubilmente legato alla voce narrante che indaga “dentro” personaggi “lontani” e inafferrabili (ma quelle voci sono lontane, maestosamente lontane, prodotti di un eco di cui possiamo sentire solo l’ultimo, quasi “sordo”, suono).
Ralenti e accelerazioni che tracciano un “flusso” e interrogano il tempo dilatandolo (e restringendolo) dipingono una modernità schiava del tempo (la sequenza velocizzata del traffico stradale che scorre è probabilmente una delle più belle mai girate dal regista), tempo che ha preso le redini dello spazio (e il contenuto dello spazio: le persone).
Il Maestro lavora però anche sullo spazio: lo riprende obliquamente, in profondità, con eleganza, freneticamente (sparatorie che sembrano uscite da un film di John Woo, ma “remixate”). La camera a mano è usata con saggezza perché cerca di catturare uno spazio ormai fuori portata (mosso dai fili di un tempo la cui lancetta dei secondi scorre impietosa eppure “a scatti”).
Le superfici intervengono, fanno parte del gioco, si intromettono nell’inquadratura senza stuprarla ma per arricchirla, per farle dire l’indicibile (la poetica dello specchio).
Si focalizzano frammenti sub-urbani di esistenze pallide ed eteree, si mettono a tacere le corde vocali per lasciar spazio al suono delle sensazioni (la pelle è la bocca).
La trama è semplicemente sottratta, inutile parlarne, stiamo sconfinando nelle emozioni e nei sogni (inaccessibili, nuovamente, tramite gli occhi, effettivamente i personaggi sembrano guardare “oltre”) .
C’è la memoria, il ricordo lontano della materia evanescente (l’emozione consente il ricordo, mai viceversa). Ci sono esistenze sospese che più si conoscono più smettono di contaminarsi e finiscono col dimenticarsi a vicenda.
Alcune sequenze sono semplicemente indimenticabili (la masturbazione: il juke box ci canta “dimenticami” e l’unico modo di cancellare l’esterno è “toccare” sè stessi), la colonna sonora è come sempre fortemente “incollata” al filmico (immagine/suono), Doyle alla fotografia è LA garanzia (c’è una “virata” che sottrae il colore e focalizza i due personaggi/complici dell’emozione, temporanea e condivisa solo istantaneamente che vale da sola la visione del film).
Il dittico metropolitano Hong Kong Express – Angeli perduti (ambedue capolavori) è sublime, maestoso.

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