Il gusto dell’anguria


Taiwan 2005 REGIA: Tsai Ming-liang

Inizia così, “il gusto dell’anguria”, con una inquadratura fissa sotterranea in cui soggetti sono definivamente fuori campo, dato che della comparsa nel campo è percepibile solo la natura “oggettuale”, deumanizzata.
E i soggetti non si relazionano, neppure quando la loro dimensione umana verrà restituita: l’oggetto si interpone tra i corpi, è un mediatore/separatore che nega la possibilità di esprimere la passione con il sesso.
Nella (stupenda) sequenza successiva (che definirei sinteticamente “anguria/vagina”) vi è una privazione ai personaggi, la negazione della possibilità di concepire un legame (sessual-“manuale”) non mediato, l’oggetto che si interpone nell’azione sessuale è l’anguria, e la cosa stupefacente è come la stessa non sia “muro” quanto tramite.
Perfino l’autoerotismo è mediato dagli oggetti.
E nel finale (perfetta conclusione del discorso) nuovamente un oggetto si interpone all’unione sessuale (per via orale, in questo caso…), e questa volta è una finestra con le sbarre che “consente” (l’azione) ma non “permette” (l’indipendenza dell’azione, che resta mediata).
Il finale dunque, a ben vedere, è tremendamente pessimista dato che celebra l’irraggiungibilità della passione/unione: l’interazione dell’uomo con il cadavere (soggetto deumanizzato, forzatamente inanimato) non è un atto sessuale (a ben vedere è uno “stupro asessuato”, espropriazione del corpo ma non violazione dell’intimità, in quanto essa è cessata di esistere) così come non lo è il seguente tentativo con l’amata, dato che tra i due si interpone quella finestra di cui parlavamo prima.
Probabilmente per Liang il sesso è l’atto completante (e non giustificante, come erroneamente ci ha mostrato Ang Lee), che seppur ostentato continuamente ( ma il film è lontano anni luce dalla pornografia) non viene raggiunto (e quindi il sesso non è solo azione meccanica ma passione non mediata, nella sua dimensione di completamento). La difficoltà di completare la fusione di due soggetti è evidente (quel pompino finale è una delle scene più asessuali mai viste: sperma e sudore paiono fondersi per dar vita alle lacrime), il risultato del tentativo d’unione è negato (l’azione dà “frutto”, è proprio il caso di dirlo, al parto dell’anguria, di nuovo, l’oggetto che nega il soggetto).
Oltre alla negazione di un legame corporeo non mediato vi è quella che rende impossibile l’instaurarsi della comunicazione.
Perfino il verbo è stato sottratto e rimpiazzato dagli oggetti, che ne sopperisco il compito (sono le angurie, clamorosamente, a “parlare”).
La parola sembra tornare, prepotentemente, nel finale: “aprile le gambe”, ma è di nuovo un rimando ad un oggetto (sempre la donna inanimata).
I quadri costruiti da Liang sono saturi, incastrano tutti gli oggetti, riducono le esclusioni ai minimi termini. I personaggi si ritrovano così ad essere ammanettati da inquadrature fisse e sbattuti in carceri suburbane (i corridoi, per esempio, in cui paiono essere segregati e privi della possibilità di uscire).
La saturazione però viene accumulata, e prima di divenire intollerabile sfocia nel surrealismo. Questo sfociare non è mai però infunzionale, anche se diverte in un contesto amaro (splendide, geniali, le sequenze musical-kitsch) riesce a trascinare un senso dentro l’immagine (le bolle di sapone che escono dal rubinetto), a comunicare visivamente.
Da vedere assolutamente.

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