Pierrot le fou (il bandito delle undici)

Le immagini di questo film di Godard non sono semplici componenti elementari di un disegno sofisticato, sono già esse stesse raffinate, entità/icone sintattiche autonome che racchiudono un senso. La sequenza delle stesse (un macromondo) serve dunque a costruire un senso ulteriore (ma non superiore), quasi come se i quadri fossero in grado di dialogare tra loro (e quindi è come se il movimento creasse una dialettica temporale, come se l’attimo passato, presente e futuro fossero percepibili contemporaneamente come “media armonica”).
Godard costruisce una galleria di quadri/puzzle da distruggere, interroga e studia ogni singolo frammento per poi ricostruire il tutto e dare nuova vita all’immagine risultante.
La ricerca di un nuovo codice, di un linguaggio di espressione personale: Godard non interroga solo l’arte ma sè stesso, si chiede continuamente come l’immagine vada costruita ed incollata ad un’altra, quale sia la funzione di ogni singolo piano.
Godard fa un uso totalmente libero (direi liberatorio) e inorganico del montaggio, il suo è un voler rifiutare una costruzione narrativa omogenea: sono le immagini a dover parlare. I piani sono quindi giustapposti e concatenati in modo da colpire lo spettatore e spostarlo dalla “storia” alla “materia filmica”.
Questa costruzione, questo gioco porta su un piano superiore il senso dell’atto sotterrando la logica dell’azione stessa, il mostrato finisce con l’avere la stessa importanza del non mostrato. Il senso può essere all’interno del quadro o fuori, essere fuori campo e avere un peso maggiore di quello che possiamo vedere. Ed anche “ciò che è in atto” può finire fuori campo oppure essere negato da un salto (l’avvenimento “cinematografico” non è la riproduzione fedele di ciò che accade in Natura), quindi “aver luogo” non equivale a “esser mostrato”.
Importante, se non fondamentale, l’uso del sonoro. Ogni nota, così come ogni fotogramma, è entità autonoma, nuovamente un micromondo significante.
Il gioco è lo stesso (anche se immagine e suono non viaggiano in parallelo ma su treni divincolatisi dai binari che a volte finiscono con lo scontrarsi), la successione dei suoni nuovamente non segue una logica narrativa (e la musica non serve a rafforzare l’immagine quanto a comunicare un senso che va a sovrapporsi alla stessa).
I personaggi dei film di Godard sembrano sempre essere finiti sullo schermo per caso e non subiscono deliniazioni specifiche, sono incoerenti e agiscono senza concedere possibilità di previsione. Identità doppie (Pierrot/Ferdinand, avventuriero-giramondo/intellettuale), identità sfocate ed implose nell’autocompiacimento (Marianne).
L’unica possibilità che ci fornisce Godard di scrutare i personaggi è costituita da quei frammenti letterari, quelle righe scritte a mano che compaiono nell’inquadratura (la letteratura si unisce a musica, cinema e pittura, un insieme di organismi autonomi ma complementari).
Un film assolutamente imprescindibile, che riesce a trascinare ed allontare dalla storia in maniera quasi geometrica, precisa (ma il coinvolgimento non va ricercato nella storia: bisogna lasciarsi abbandonare al flusso delle immagini), un’operazione cinematografica (e soprattutto artistico/citazionista) davanti alla quale non si può far altro che prostarsi in ginocchio.
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