Cloverfield

Il terrore è un insieme aperto, l’occhio (telecamerizzato) è un sistema chiuso (claustrofobico) che percepisce porzioni di terrore, ma per lo spettatore quella porzione sarà il Tutto (l’unità/identità del terrore).
L’Unità percettivo/oculare non mette a fuoco frammenti spaziali privilegiati, privilegia la rappresentazione del campo visivo istantaneo (lo spazio è Unitario, i frammenti istantanei percepiti sono di pari importanza, l’occhio suo malgrado si trova a costretto a selezionare). Dunque la percezione soggettiva è diventata cinesi, espressione di un movimento totale (strettamente incollato al movimento “interiore”, ma stiamo sempre parlando di percezione, anche se non più visiva).
Cloverfield ci pone un problema, grosso (quasi quanto il mostro…) davanti.
Le immagini che ci scorrono davanti agli occhi sono individuali o dividuali?
Individuali. Appartengono al soggetto, sono l’appendice della sua visione (o la sua visione stessa), sono il soggetto stesso (Cloverflield è un film carnivoro che divora attraverso il mezzo riprendente chi fa uso dello stesso).
Non parliamo di handycam come terzo occhio ma come oggetto che ha fagocitato i sensi per prenderne definitivamente posto.
Dividuali (divisibili, ma con il prezzo della denaturazione da pagare). Non possiamo separare la telecamera dal soggetto senza che le immagini ne escano snaturate (stiamo parlando di un rapporto paragonabile a quello enzima/substrato). Quando il mezzo si trova da solo (senza il suo improvvisato “cameraman”) ecco che impazzisce, si prodiga autonomamente in una messa a fuoco pazzoide/ondulatoria.
E quando il soggetto svanisce o è destinato a svanire l’immagine non è più rappresentazione di una percezione ma diviene testamento/reportage.
Assolto il suo compito spazio/temporale ( non vi potrà più essere uno spazio nell’attimo presente a causa dell’apocalisse “istantanea”) la telecamera (dopo aver testimoniato…) viene ricoperta dalle pietre.
L’immagine allora ritorna individuale (quando ci aspettavamo una denaturazione totale, ovvero lo schermo nero), ricorre alla memoria, proietta il passato nel futuro cancellando nettamente l’attimo presente (in sostanza è la telecamera ad aver vinto: ha aggirato la realtà con i meccanismi della finzione).
Lo spettatore si accorge di aver rapinato la banca della Realtà: è ora di fare i conti con l’inesistenza.
Importante, al di là del giudizio.
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