Il vento fa il suo giro

1. La memoria
Cos’è la memoria? Un pesante archivio del passato che portiamo sulle spalle? Un supporto del ricordo, un nastro magnetico che registra le nostre sensazioni?
Un fiume che trascina il pensiero e lo sublima in idea, forse. L’unica testimone della nostra intera esistenza.
Costante presentificazione del passato, rievocazione continua dell’esperienza vissuta, in ogni attimo.
La memoria è una bandiera da conquistare, più memorie erigono le mura di un immaginario collettivo. Cercare (nuovamente, conquistare) uno spazio in cui seminare questo immaginario, abitarvi, tenerlo in vita grazie alla memoria.
Fondamentale, dunque, il rito, è la pietanza che raduna al tavolo più soggetti e li condensa in Comunità. La collettività, dunque, è il serbatoio della memoria.
Gli abitanti di Chersogno vivono questo senso di Unità, si riconoscono in quelle montagne, nel loro dialetto, nei loro riti riti religiosi. Il ricordo si è fatto ragione di esistenza.
2. L’intrusione
L’arrivo di Philippe, pastore francese, è l’irruzione temporale del diverso in un immaginario che prima era omogeneo.
Lo spazio risulta dunque perturbato, le montagne scricchiolano, gli umori si alterano (l’umore è un po’ lo specchio di questo spazio/memoria perturbato).
Come se qualcosa di intimo fosse stato sottratto.
Come se non fosse possibile frullare il diverso e l’uguale insieme per ottenere equazioni spaziali bilanciate, come se inserire un componente estraneo nel circuito umano portasse inevitabilmente al cortocircuito.
La comunità ha bisogno solo e soltanto di nutrirsi di sè stessa, ma finisce presto per autoconsumarsi.
3. La tolleranza
“A me la tolleranza non piace: se tu devi tollerare qualcuno, non è senso di uguaglianza” dice Philippe.
La tolleranza non esiste, contiene la definizione di “diverso”, definizione che lo spazio/tempo non ci fornisce, la tolleranza è artificio, il non saper mettere un segno uguale ad un confronto fra due insiemi convergenti.
Tollerare comporta il non saper condividere/convivere, la tolleranza sfocia nella violenza (verbale e non), perché infilare due dita nella presa consente di tollerare la corrente, ma nel tempo si finisce fulminati.
La cultura che non condivide resta troppo incollata al suo immaginario, è destinata ad estinguersi e gelare tra le sue montagne (“oggetto” che garantisce impermeabilità).
4. Il vento fa il suo giro
Il ciclo delle vita si esaurisce continuamente, per poi riprendere, ma ogni ciclo assume rilevanza solo se vi è un testimone ad assistere (l’occhio umano, lo spazio), solo così può prolungarsi verso l’infinito.
E nell’infinità del tempo tutto finisce per tornare, dopo che il vento ha compiuto il suo giro.
Quindi non si riesce a resettare la memoria, perché l’immaginario continua a rivevere nel tempo, è un eco che perde progressivamente forza ma che porta con sè la fonte sonora che lo ha prodotto, origine dunque indimenticabile.
5. La scelta personale incondizionata (e condizionante)
Identificarsi in una scelta.
Una scelta è incondizionata, è una risposta (nel presente) ad una domanda posta (nell’immediato passato) che influenza l’evolversi temporale (dell’immediato futuro), e dunque anche condizionante. Il passato dunque pone la domanda al presente che proietta la risposta nel futuro.
Non esiste dunque un destino ma un susseguirsi di conseguenze, che chiamerei “eventi”, delle proprie scelte.
“Il vento da il suo giro” riflette sulle scelte personali, scava minuziosamente nella psiche dei protagonisti per estrapolare le “ripercussioni interiori” delle stesse, e analizza efficacemente le conseguenze “esteriori” (le ripercussioni sullo spazio circostante).
CONSIDERAZIONI FINALI
Questo film è la dimostrazione che il cinema italiano è vivo, siamo noi che lo stiamo uccidendo.
Scelte musicali incredibilmente efficaci (la colonna sonora è meravigliosa), movimenti di macchina dolci e nessun grande difetto imputabile, emozioni vere, scaturite dalla visione di pezzi di vita (e di vite a pezzi).
Nessuna retorica ma realtà presa di petto, e la realtà, come sappiamo, ha spesso un sapore amaro.
Non siamo lontani dal capolavoro (stiamo parlando del miglior film italiano degli ultimi anni, e considerando che questo è un esordio, tanto di cappello a Giorgio Diritti).
Vedere nei titoli di coda ringraziamenti a chi ha prestato le capre mette definitivamente faccia a faccia con questa piccola, ma grandiosa, realtà.
Sostenetelo anche voi e sicuramente vi sentirete un po’ meglio, se le parole non sono in grado di cambiare il mondo possono almeno suggerire che un cinema italiano diverso è possibile.
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