Lo scafandro e la farfalla


ECCE OCULO

Schnabel non gira un film sul dolore ma nel dolore stesso.
L’immagine si riduce ad essere percezione di un occhio, è ingabbiata in quella retina (unico segno
di vita). Questa visione sfocata ben si oppone alla, invece nitida, percezione della sofferenza interiore, captata stupendamente da una voce “in” (senza relazionarla all’inquadratura ma all’uomo, è voce dell’anima).
Uno degli occhi viene dunque cucito ed anche la nostra momentanea possibilità di vedere, stiamo vivendo quell’attimo, quella sofferenza, quella chiusura istantanea nei confronti del mondo esterno, quell’occhio non vedrà mai più e la sua percezione ci abbandona per sempre. Sono immagini tanto stupende quanto insostenibili, pesantissime, che fanno sanguinare dentro.
Vivere e soffrire con il soggetto (Schnabel fa un uso della soggettiva veramente impressionante), vediamo il mondo “in asse” rispetto al suo occhio.
Il dolore, nel suo percorso, lascia paletti ai quali aggrapparsi: memoria e immaginazione.
Immaginazione. Una cena a base di pesce, un sogno d’amore, sogno che viene spezzato, campo medio, Bauby al centro dell’inquadratura sulla carrozzina e la famiglia intorno, la spiaggia li contiene (l’ambiente è leggermente preponderante), Bauby è fuori fuoco, un fantasma (uno “zombie”, come si dichiara lui stesso) il cui corpo non appartiene più alla realtà ma il cui pensiero si aggira ancora tra le sabbie.
L’amata che telefona, non vuole vederlo in quello stato, vuole continuare ad immaginarlo com’era prima, come potrebbe essere ora, insieme. L’amata tiene in vita l’immagine reale creandone una immaginaria, dentro di lei, il corpo ha cessato di significare.
Immaginare una vita subacquea perché in superficie le mura ti si stringono intorno.
Memoria. La telefonata del padre che non ricorda mai quello che vorrebbe dire, che all’improvviso ricorda trascinato da quelle lacrime, da quell’amore paterno, da quella condivisione (Bauby incastrato nel suo corpo, lui nel suo appartamento) di sofferenza. L’esplosione delle emozioni, lui vorrebbe parlare, la bocca non lo consente, il corpo si oppone, il telefono media, l’occhio diventa lucido, lacrime.
La ricomposizione delle rocce nel finale, quando prima si erano sgretolate (testimoniando l’inesistenza), ora si ricompongono davanti ai nostri occhi (è l’esitenza eterna garantita dalla memoria collettiva, una vita salvata su hard disk “umano”, ovvero un libro).
La massima espressione immaginazione è la scrittura, e Bauby scrive il suo libro, sbattendo le palpebre si costruisce una vita nuova, resuscita dal suo status non-vitale attraverso l’atto dello scrivere.
“Lo scafandro e la farfalla” è un film che si sovraccarica emotivamente a tal punto dal dover passare a stadi luminosi successivi (molto suggestive le variazioni di luce), dover utilizzare appunto la luce per disperdere la sua potenza.
Il corpo è divenuto una specie di barattolo immobile, un contenitore rigido pieno di pensiero e sofferenza, ma è solo una delle gabbie in cui progressivamente l’esistenza di Bauby verrà rinchiusa. Basti pensare alla sequenza in cui viene spostato in ambulanza (nota personale: qui, lo ammetto, ho pianto di brutto), una gabbia dai vetri opachi da cui si vede il mondo esterno, ci si domanda se quelle persone, quelle esistenze, non siano già note.
Venuta meno la memoria (parliamo di quella strettamente personale) e conclusasi l’immaginazione (la stesura definitiva del libro), ci abbandona anche la vita (o quel piccolo residuo di essa, quell’occhio ancora non cucito).
Stupendo.
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