Aspettando i barbari (J.M. Coetzee)

Tremate. Le vostre teste voleranno per aria, i villaggi saranno rasi al suolo, il sangue si spargerà sulle mura, il fuoco divamperà fra le vostre case. Nascondete i vostri bambini: stanno arrivando i barbari. Barbarofobia.
I veri barbari non sono però i nomadi al di fuori dei confini dell’Impero, ma è l’Impero stesso ad essere barbaro, a dare vita a nuove generazioni barbariche pronte a distruggere e disprezzare l’esistenza altrui.
Non siamo altro che barbari civilizzati.
Coetzee [nobel 2003] descrive queste “barbarie” dal punto di vista di un magistrato, ammistratore ai confini dell’Impero, unico pre-barbaro vivente.
Giudice e imputato dell’Impero, ultima speranza di una civiltà distrutta, il magistrato si troverà a nuotare senza costume nel mare della realtà, mare ove tutte le certezze fino ad ora acquisite finiscono per dissolversi.
Coetzee ha un senso del racconto davvero travolgente e sfogliare queste pagine è un po’ come rovistare all’interno dell’esistenza stessa, ormai fattasi narrazione. Tutto rimane meravigliosamente “sospeso” nel tempo e nello spazio. Non sappiamo dove siamo nè in che era siamo, ci troviamo in un ipotetico microcosmo sospeso nel tempo colmo di vite sospese nello spazio.
Sono parole profonde, che colpiscono, che permeano sotto la pelle e giungono senza troppe fermate intermedie dritte al cuore dell’inciviltà.

Splendido.

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