Non è un paese per vecchi

“Non è un paese per vecchi” non è un film rigoroso, è la reincarnazione immaginifica del rigore.
I Coen tracciano quadri insanguinati percorrendo armonicamente i processi di rarefazione: pochi oggetti filmici, ma così fondamentali da rendere superflua la saturazione del quadro.
Un tranvai senza campanello per poter prenotare la fermata, dal ritmo brutale e inesorabile, che non concede respiro e non lascia spazio all’evoluzione di un fuori campo: tutto quello che avviene è racchiuso lì, nell’inquadratura, il fuori sembra aspettare di essere ispezionato da un campo.
Non vi è infatti alcuna necessità di ricorrere a suoni extradiegetici (fatta eccezione della voce over nell’incipit), sono i passi, i rumori, le angosce umane la straziante (e unica) colonna sonora di questo film.
Fantasmi che sorvolano paesaggi abitati da nessuno si trovano a recitare nel teatro (ancestrale) degli orrori, il sangue scorre a fiumi e macchia le scarpe di tali esseri inesistenti.
Il caos è una forza cosmica devastatrice che polverizza il destino pre-scritto dell’Impero Americano d’Occidente e trascina con sè i rimasugli del sogno americano. Quello dei Coen è un film iperpessimista, che non sceglie il bicchiere mezzo vuoto come via comunicativa: rovescia il liquido (ovvero il sangue) su superfici rugose lasciando che si disperda. “Non è un paese per vecchi”, non è un paese che può scolpire le statue di un passato mai esistito, non è un paese che può voltarsi per guardare il vuoto dietro di sè, ma al contempo è un paese che può girarsi solo di lato perché innanzi vi è il terrore. Non è un paese punto e basta.
“Non hai motivo per farlo” dicono le vittime (di un Bardem stratosferico, inquietante, quasi paralizzante) ma i motivi sono dietro l’angolo, invisibili, ambigui come il risultato del lancio di una moneta ma al contempo risposte ai chiarissimi tentativi di sopraffazione dell’altro in senso Totale, uno sterminio universale al quale non ci si può opporre perché assente è la volontà di premere il piede sul pedale del freno.
La più grande guerra è quella che l’America deve combattere contro (e dentro) sé stessa.
Lasciato all’incipit l’assoluzione del compito introspettivo non vi sarà più spazio per un dentro, tutto è esternato in quell’ambientazione agghiacciante e demoniaca che sublima la poetica dell’essere interiore.
Lo sceriffo (un Tommy Lee Jones sempre perfetto, che invecchia bene come un vino d’annata) è il personaggio chiave che scava il solco decisivo all’interno della storia, il tramite che riconduce dentro il fuori, fattosi insostenibile (il finale è superlativo).
Titoli di coda, finalmente ci pare di scorgere un suono, no, è Caos, è interferenza sonora.
Capolavoro assoluto (e miglior film dell’anno, superarlo sarebbe disumano, anche se non escludibile a priori) con cui i Coen si consegnano definitivamente alla Storia.
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