Padre e figlio (Aleksandr Sokurov)

[Aspettando che distribuiscano Alexandra….]
Si parla sempre poco di Sokurov (lo ribadisco: uno dei più grandi cineasti viventi) e si è parlato ancor meno di questo splendido film (“cugino” del capolavoro assoluto “madre e figlio”).
L’amore del padre crocifigge quello del figlio. Padre e figlio inquadrati insieme e allora fisicamente vicinissimi (Sokurov inquadra i corpi in maniera quasi “omoerotica” come se l’amore paterno fosse esprimibile “carnalmente” quasi quanto una crocefissione), o alternativamente e allora spiritualmente adiacenti.
Il mondo esterno sembra quasi essersi condensato in un rapporto paterno, non esiste altro che questo legame intensissimo.
C’è uno scambio di battute tra “il figlio” e una giovane donna situata su di una balconata (inizialmente ve n’è uno di rara bellezza, sempre tra gli stessi due soggetti, attraverso una finestra semiaperta), una collana viene lanciata e poi restituita (che ha la stessa valenza della finestra precedente, il “contatto” tra i corpi non vi potrà essere), la macchina da presa si allontana dunque dai corpi (non può nutrirsi di un legame “incorporeo”).
La ricerca dell’immagine “particolare” (ne abbiamo una stupenda dei due ripresi dietro la lastra di una radiografia) assedia il film senza distruggerlo, i corpi restano sempre al centro di un’inquadratura che sembra quasi non poterne fare a meno (si nutre di un legame “corporeo”).
Le relazioni umane sono parole di una poesia, a quanto pare, e la “metrica” di Sokurov le incastra liricamente (e non calligraficamente). L’estetica, nel cinema sokuroviano, è sempre un mezzo e non un fine.
Il finale, con il padre relegato ai margini di un’inquadratura nella quale non può più stare al centro (mentre è al centro di una vita, quella del figlio, che non concede “margini”), è come sempre splendido.
Un cinema di quadri decolarati (la solita fotografia dei film del russo) dipinti con la tavolozza dei colori “spenti” della vita.
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