Redacted (Brian De Palma)


Una amichevole discussione sul linguaggio redactediano


Redacted è un film davvero troppo complicato per me che ho conoscenze “linguistiche” non certo di alto livello. Per questo ciò che segue non è una analisi del linguaggio quanto una discussione amichevole sullo stesso (che rischia di “scricchiolare” in molti dei suoi punti).

Come ormai saprete “Redacted” è un film con una struttura assai particolare, fatto di “immagini di immagini” (immagini derivanti da telecamere “di servizio”, da un finto documentario, da una telecamera utilizzata dai militari, da internet). Mi piacerebbe cercare di stabilire, per cominciare, se queste immagini siano o meno “narrative”. Premetto che a mio avviso un film che sia totalmente antinarrativo non esiste, se non altro per il (a volte vano, vedi INLAND EMPIRE) tentativo di “chi guarda” (quelle immagini) di “costruire” una storia (dentro di sé). Detto questo credo che le immagini di Redacted siano in primo luogo (ad una lettura “veloce”) fortemente narrative e che in un secondo momento (quello dell’interiorizzazione “lenta”) lo siano debolmente. Seguiamo la catena “molecolare” (ovvero sintattica) del film, nei suoi atomi sintagmatici. Siamo di fronte ad immagini derivate da un certo tipo di supporto e De Palma ora ci mostra la prosecuzione di quella situazione con un supporto diverso (esempio concreto: stavamo vedendo una “situazione” ripresa con la camera a mano, ora questa ripresa si interrompe per proseguire su un supporto “simil-youtube”), ovvero quello che vediamo ora conserva memoria dentro di sé dell’atto precedente, l’anello che stiamo considerando nella nostra catena è fortemente incastrato a quelle che lo precedono e lo stesso destino è riservato agli anelli successivi (abbiamo un concatenamento dei segni, un “asse sintagmatico”). Questa è la prima impressione, quella immediata, dove la narrazione sembra essere preponderante.

Mi è sorto un dubbio, ovvero, sono davvero sicuro di avere esaurito la funzione dell’immagine, non vi è un qualcosa di secondario che questo bricolage (non post-moderno, termine davvero troppo impegnativo, ci tornerò sopra) viene a creare? La cosa non secondaria è che questi frammenti siano di una finzione assoluta, non possono rappresentare la realtà e nemmeno emularla. De Palma sembra essere andato in Iraq, come un soldato, per cercare armi di distruzione di massa: vi ha trovato immagini. Non parlo di “immagini di guerra” ma di immagini-guerra, ovvero qualcosa che non mostra la guerra ma la contiene, come concetto. Redigere non è in un qualche modo “manipolare” delle parole? Redacted è in un certo senso fatto di immagini “redatte”, ovvero manipolate. De Palma non denuncia la guerra, ma la guerra delle immagini. Sorge spontaneo chiedersi come possa denunciare una guerra di questo tipo combattendone una (che non ne diverge affatto) a sua volta! “Fuoco al fuoco”? Lascio la questione in sospeso.

Antirealismo e dialettica. Dal molteplice risaliamo all’unitario (i frammenti, abbiamo visto, formano una Unità, la nostra catena). Il bricolage depalmiano è dialettico, e shopenhauerianamente parlando, il fine della dialettica non è la verita *. Sbarazziamoci, dunque, del realismo in pochi passaggi: a) Barrage: A Film by Marc et François Clément b) manipolazione della realtà c) costruzione della finzione. “Barrage” è il finto documentario francese, un frammento di questo linguaggio (altri frammenti interverranno in altre sezioni). Cosa ci fa un documentario all’interno di un linguaggio di questo tipo? Il documentario non dovrebbe mostrarci “immagini di guerra”? Cosa “documenta” Barrage? Documenta il fatto di essere finzione, pur presuppondendo di essere reale. Del punto b ho già parlato e sarei ridondante, passiamo dunque al punto c. Tra le domande che si pone Ohdaesu nel suo post vi è “la questione del realismo”. Ed ha ragione quando dice che dialoghi, recitazione e atteggiamenti sono antirealistici. Dal mio punto di vista, però, questo non entra in contrasto con il linguaggio, al contrario lo “satura” definitivamente di quella finzione di cui ha necessariamente bisogno. La finzione dentro la finzione (come “l’immagine dentro l’immagine”), siamo dunque arrivati ad un secondo livello di “plastificazione” nel quale non è necessario scavare ancora, l’antirealismo si è manifestato davanti ai nostri occhi in tutta la sua potenza.

Modernismo. Dicevo che “Redacted” non è affatto un film post-moderno. Il post-modernismo prevede un superamento del “moderno” (e i film davvero post-moderni, ovvero che visti con gli occhi di oggi sono post-moderni, sono una rarità) e nel film di De Palma il moderno non viene sorpassato ma “sposato”. Torniamo così alla questione lasciata in sospeso. Quello che avevo detto sulla parodia parlando di “West and soda” vale anche per la denuncia. Denunciare qualcosa è rappresentarne i punti di forza, parodiare qualcosa è rappresentarne i punti deboli. In tutti i casi bisogna “rappresentare”. Dunque il video you-tubesco, il filmatino girato dal soldato, la conversazione via web cam, il video del blog (i mezzi del presente, in pratica) : i punti di forza della “guerra delle immagini” sono stati “messi in scena” .

Il finale e la contrapposizione. Ho parlato, fino ad ora, di finzione. La seconda domanda che mi perseguita è la seguente, perché nel finale De Palma ha voluto mostrare delle immagini “vere”, prese dalla guerra? Perché questo passaggio dall’immagine-guerra all’immagine “di guerra”? Provo a spiegare il mio pensiero, rivolgendomi alla contrapposizione. Se prima le immagini erano in continuità, ora questa continuità viene turbata. Perché? La guerra, non quella delle immagini, ma quella combattuta con le bombe, è vera, non finzione (banalizzandodi brutto “la gente muore sul serio, non è uno scherzo”). De Palma usa questa realtà per denunciare, una volta di più, tutto ciò che nel film fino a quel momento si era visto, e dichiara apertamente che la struttura da lui costruita non rappresenta la realtà, perché la realtà è stampata sui volti di persone che soffrono davvero, non su quello di attori che stanno inscenando quella sofferenza (vedasi il prefinale: quelle che versa il soldato americano sono lacrime davvero “irreali”). L’ultima immagine è quella “digitalizzata” di una donna a terra, e allora anche queste immagini non sono poi così reali? Il fatto che il cinema le abbia assorbite forse le ha rese meno reali di quello che erano. Un dubbio, sulla traccia musicale del finale, c’è. Perché inserire quel pezzo di musica classica (leggermente tendente al patetico) e sovrapporlo all’immagine? Catturare l’attenzione? “Trainare” lo spettatore? Non si fa!

Il giudizio sintetico (al di là del voto “in pallette” che, fate attenzione, non sarebbe altissimo) è questo: Redacted è un film fortemente incollato ai nostri tempi, che “comunica” con la forza del suo linguaggio (che purtroppo non sempre si “autosostiene”), un film decisamente importante.

* L’arte di ottenere ragione in 38 stratagemmi, Arthur Schopenhauer

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