Onora il padre e la madre

IL DOLORE COME VEICOLO SINESTETICO
Il dolore coinvolge i sensi, li lacera. Un dolore davvero troppo umano da poter essere sostenuto, troppo umano perché si abbia tempo di ripetersi che tanto ciò a cui stiamo assistendo è solo l’ennesima illusione. Il cinema è una grande finzione ma il coinvolgimento che a volte riesce ad offrirci è quanto mai tangibile, l’esitazione dei personaggi diventa anche una nostra esitazione, la sofferenza scolpita sullo schermo ci appartiene.

Lumet scompone, frammenta, ripercorre, ma ciò non ha lo scopo di raccontare l’accaduto secondo più punti di vista, ma di penetrare nei vari volti e cavarne fuori il dolore (quella di “onora il padre e la madre” è una poetica fondata sullo sguardo). Non è un caso che nel passaggio da un frammento all’altro Lumet faccia uso di un montaggio schizofrenico, che alterna l’ultimo fotogramma del frammento presente, l’ultimo lascito umano sul quale sarà opportuno tornare, da diversa angolazione, al primo fotogramma del frammento dell’immediato futuro, l’inizio di una nuova escavazione nell’animo umano che andrà a completare le precedenti. Dj Lumet sheckera (montaggisticamente) pezzi di vita e vite fatte a pezzi.
Umanissimo, dicevo, ma anche fisicissimo nella sua rappresentazione del rapporto umano (sessuale e non). Una fisicità traballante che quindi rafforza l’umanesimo, o addirittura una fisicità che sottointende l’uomo come se vi fosse racchiuso.

Un ottimo digitale, questo (tralasciando qualche problemino di nitidezza quando il campo tende a stringersi), ed anche un atto coraggioso di chi sa rimettersi in gioco dopo aver praticamente dato tutto quello che aveva da dare al cinema.

Per concludere, un cinema modernissimo (questo è sorpendente: “la vecchia guardia” ha ancora voglia di sperimentare e parlare dei giorni nostri) dove la vita è protagonista, atto dopo atto, della tragedia dei tempi che corrono.
Grande cinema.
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