Le armonie di Werckmeister (Béla Tarr)

Si apre così, questo capolavoro, con un piano-sequenza di una decina di minuti, una rappresentazione dell’eclissi da parte di alcuni persone che si muovono simulando le orbite planetarie (e i personaggi si muovono nel piano con una precisione chiururgica, si potrebbe dire che “danzino” come stelle nell’ “universo” cinema). Nelle 38 inquadrature che seguono il film riesce addirittura a salire di livello.
Il cinema di Béla Tarr è paragonabile ad una poesia priva di fratture (il montaggio è ridotto ai minimi termini), in cui le parole (in questo caso le immagini) scorrono con una dolcezza incredibile, come se fossero in un continuum con il significato vitale che esprimono. Le immagini persistono fino a quando il loro compito non è del tutto assolto, la macchina da presa si muove adagio (in attesa di un personaggio di cui seguire i passi *), tanto che il ritmo è scandito soltanto dai movimenti dei personaggi. Questo avanzamento “lento”, questa continua ricorsione al piano-sequenza, rendono questo il cinema più umano possibile (un cinema che guarda in faccia la tragedia, la sconfitta dell’esistenza con un occhio quasi compassionevole **). Un bianco e nero (tarr rifiuta il colore: il bianco e nero “è più colorato del colore”, dice) decisamente terricante (sia per perfezione che per “presa” emotiva) che ci restituisce la vera natura delle cose (intrappola la materia “fumosa” e quella luminosa e ci mostra lo spazio come se fosse in gabbia). Ed infine una colonna sonora (non mi è mai capitato di sentirne una tanto “legata” all’immagine: sinfonia + immagine “lirica” = armonia) che completa “l’opera sinestetica”.
Questo film (non di facile lettura, data l’incessante presenza di metafore, p
arlerò solo di una di queste per non dilungarmi troppo) metafisico (e quasi del tutto antinarrativo ***) ci mostra la fine della civiltà (l’assalto all’ospedale è una delle scene più “barbare” che il cinema possa mostrarci). L’apocalisse non bussa alla porta ma la stende con un calcio (la fine dell’esistenza sembra inevitabile). Significativo come l’inciviltà venga sempre messa negli occhi dell’innocenza (l’ultima innocenza rimasta ci conduce all’interno delle sue ansie, dei suoi incubi, della sua corsa disperata su dei binari dai quali è impossibile scorgere orizzonti di salvezza).
L’occhio di quella balena (l’elemento “simbolo” della decadenza) è sineddoche (la parte per il tutto) della distruzione del creato ****, ma al contempo uno specchio davanti al quale si pone l’uomo per riscoprirsi (vedasi il meraviglioso finale), “rivedere sé stesso”, l’umanità che è stata e che non sarà mai più.
Un cinema senza tempo.


1 la ripresa alle spalle è tipica del cinema tarriano, ed anche di quello vansantiano, che è suo “discendente” (vedasi “Elephant”).

2 ma è al contempo un cinema catastrofico, che non lascia pertugi e possibilità di salvezza.
3 dicevo, in redacted, che l’antinarratività totale a mio avviso non esiste, anche se Béla Tarr riesce ad avvicinarcisi: l’immagine qui si “racconta” da sè.
4 i passaggi che mi portano a questo tipo di lettura sono i seguenti: l’apocalisse ha proporzioni gigantesche, come la balena (che la rappresenta), l’occhio della balena è nel film sineddoche della balena (come la vela lo è per la nave nel “mondo reale”), dunque, per “transizione” l’occhio, nel suo piccolo, rappresenta il Tutto della distruzione.

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