La banda (Eran Kolirin)

Io credo che la semplicità sia in grado di dipingere tutte le rughe dell’esistenza umana. La semplicità di questo “la banda” (piccolo capolavoro) è ontologica.
Nei minuti iniziali del film la macchina da presa segue l’autobus su cui sta viaggiando la banda, il veicolo viaggia più veloce e quindi finisce fuori campo, la mdp prosegue nel suo lento incedere, ritroviamo dunque la banda, che è già scesa a terra. Semplicissima ellissi (il momento della discesa non ci viene mostrato). Intuizioni del genere sono rintracciabili lungo tutta la durata del film.
Questa semplicità non attraversa solo l’inquadratura: “la banda” è un film fatto di piccoli gesti, di dialoghi essenziali (e davvero dolenti), di segni tangibili di vita.
Un cinema che parla della solitudine dell’uomo, della dignità con la quale affrontare il dolore (Kolirin non indugia mai più del dovuto sui volti: i segni del dolore sono così impulsivi, per quanto contenuti, da dover essere mostrati solo in maniera istantanea. Il patetismo non ha modo di prendere forma.) e soprattutto della musica come arte universale che unifica, con le sue note, intere culture o anche solo due sguardi “distanti” (non nel senso fisico del termine).
Dedicare una canzone ad una persona, ad un intero microcosmo, non è solo condividere della musica ma una grossa fetta di noi stessi. Non possiamo rinunciare alla musica nella stessa misura in cui non possiamo rinunciare all’anima. E, tanto per tornare al discorso sulla “semplicità”, nel film di Kolirin perfino il suono di un giocattolino per bambini trasmette le stesse sensazioni di un concerto.
Un’ansia comunicativa trattenuta divinamente ci conduce verso un finale davvero “normale”, non vi accade nulla di particolare: è il quotidiano che si manifesta con una forza che devasta il cuore.
Un ultimo saluto, un’ultima canzone, un ultimo debito da saldare con la vita.
(spero che la distribuzione vi assista)
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