Questione di sguardi: Raymond Carver, il cinema, Elvis Presley

Sul treno oggi rileggevo il racconto “Febbre” di Carver (da “Cattedrale”), la storia tipicamente carveriana di un uomo lasciato dalla moglie bisognoso di qualcuno che lo aiuti a mettere in ordine le macerie della propria esistenza. C’è qualcosa che mi affascina particolarmente in questo racconto, è talmente vero e onesto che restituisce un senso davvero profondo ed impensabile al quotidiano. Il più piccolo gesto umano può diventare sublime: una telefonata, la mano afferrata dall’amante sotto il tavolo, le parole di una donna delle pulizie. Quello di Carver è sempre un universo fatto di “piccole” cose che si sovrappongono per raggiungere i sentieri della vita e portarli agli occhi del lettore.
Il mio sogno è quello di raggiungere “l’amara generosità” che si trova nelle pagine di questo libro, possedere uno sguardo da gettare sul mondo per riuscire a raccontarlo da più “vicino”.
“Raccontare i film” non è gettare uno sguardo sul mondo? Seguire le direzioni del cinema non è anche un voler seguire le evoluzioni della civiltà?
Nel post qui sotto parlavo di un tentativo di “saldare” il cinema all’uomo, e forse “studiando” i film (ma anche i libri, le canzoni etc) possiamo rintracciare i segni delle mutazioni che stanno attraversando (o hanno attraversato, o attraverseranno) l’umanità.
L’immagine sembra nasconderci l’uomo, ma lo sguardo è in grado di restituircelo. Lo sguardo rivela sempre “cose presenti negli occhi di chi le vede”, e quindi uno sguardo non potrà mai essere Totale (o non avrebbe più senso “stare a vedere”) e riscontrare la “banalità” è un fallimento personale.
Ho visto, di recente, mezz’oretta di un film con Elvis Presley (non chiedetemi il titolo), un film decisamente mediocre da cui comunque ho fatto fatica a distogliere lo sguardo. Voglio essere breve, insomma Presley deve sempre essere al centro dell’inquadratura, come se il “margine” potesse offuscare la sua figura, renderlo meno importante. Non v’è un solo momento in cui Elvis non stia al centro (quasi perfettamente al centro), la macchina da presa si muove in esclusiva funzione di ciò. In questo film c’è sempre solo Presley e qualcosa in funzione di Presley. I campo-controcampo durante i dialoghi (tra l’altro, di questo vorrei discutere più in là, non mi piace molto questo abuso di tale tecnica, non sarebbe il caso di restituire al dialogo la sua Unità?) ci mostrano prima Presley, poi “colui che parla con Presley”, un personaggio per il quale il nostro interesse è davvero “marginale” (Elvis, occupando il “centro”, decentra tutto ciò che lo circonda) perché la sua esistenza è legata al fatto che Elvis si stia degnando di parlare con lui, e non vi sono altri motivi che giustificano questa “sottrazione di inquadratura” nei confronti del cantante. Interessantissime poi le sequenze in cui Elvis è chiamato a cantare, ovvero chiamato a “mettere in scena sé stesso”. La pellicola rende immortale Elvis proprio perché elimina la distanza tra persona e personaggio.
Non è dunque vero che, come diceva Metz, “ogni film ci mostra il cinema” (da “cinema e psicanalisi”)? Ne è, per questo, “la morte” (così prosegue Metz) o “ogni volta nuova vita” (così proseguirei io)?

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