Iron Man (Jon Favreau)

Immaginate di assitere ad un Esperimento sul Movimento Totale. Un tavolo con sopra degli oggetti che si muovono freneticamente sotto i vostri occhi. Ad un certo punto, però, vi sorge spontanea una domanda: “perché non si muove anche il tavolo?”.
Favreau si accontenta di imbastire l’azione muovendo il contenuto dell’inquadratura [gli oggetti sopra il tavolo], ne risulta un’azione castrata, mutilata, un film meccanico anzichè dinamico.
Un esempio lampante di quanto sto dicendo si può rintracciare nelle sequenze “aeree”. L’inquadratura, ferma, si fa attraversare da Iron Man in volo, che finisce fuori campo per essere poi “riacciuffato” da un’altra inquadratura (con un campo più ampio o più stretto, a seconda dei casi). I limiti del film vengono a galla, i limiti di un Favreau che alza bandiera bianca troppo facilmente davanti all’ostacolo. Per riprendere un super-eroe serve un super-cinema.
Immaginate, ancora, di avere a disposizione una televisione a 50 canali e di non aver dato una occhiata alla programmazione. Iniziano i programmi serali, siete in ritardo. Parte uno zapping forsennato che difficilmente si arresterà prima del cinquantesimo canale: avete paura che al canale successivo possa sempre esserci qualcosa di più interessante. Bay, in “Transformers”, ci muniva di “telecomando”, Favreau, in “Iron Man”, no. Il telecomando consisteva in un montaggio forsennato. Bay era ansioso di mostrarci “tutto”: per questo la scena di combattimento tra i robot era una centrifuga forsennata di immagini. “Non dovete perdervi niente”, questo il dogma. Il risultato era un’orgia metallica come raramente se ne sono viste: un groviglio di ferraglia cozzante contro altri grovigli di ferraglia. Non solo, Bay ci mostrava con precisione chirurgica che razza di spettatori “vogliosi di vedere tutto e senza pause” siamo diventati.
Cosa manca ad “Iron Man”? Il saper cogliere l’importanza del genere a cui appartiene. Si affida ad un montaggio che non “profuma” di action, e questo è un limite di cui tenere conto.
Riassumendo [metaforicamente]: perché colpire un tavolo fermo con un missile quando il cinema ci consentirebbe di far roteare per aria lo stesso tavolo per poi colpirlo in volo con una bomba H? (1)

Parliamoci chiaro, però: “Iron Man” ci piace, anzi, ci piace da matti.
Se è l’azione a non convincerci tutto ciò che vi ruota intorno è costruito con un “senso” DEL e NEL racconto da far venire i brividi. Iron Man ci offre uno sguardo dentro cui “uomo” e “macchina” (macchina = arma) sono indistinguibili. (2)
Vogliamo parlare di un Robert Downey Jr. che, diventato tutt’uno con il metallo che lo avvolge, ci offre una performance “metafisica”? Grazie a lui, Iron Man si trasforma in un personaggio destinato a penetrare con forza nell’immaginario cinematografico.

1 Piccola interpolazione. “Transformers” non solo faceva roteare il tavolo per poi colpirlo con una bomba H, ti faceva ESSERE IL TAVOLO equiparando la percezione del tavolo roteante a quella di uno spettatore confuso davanti all’orgia metallica.
La storia del tavolo serve anche ad allontanare il cinema dalla letteratura (con le dovute eccezioni: DeLillo, per esempio, gira film con macchina da presa immaginaria inglobata nelle parole, scrive una sorta di protocinema), la differenza è proprio questa: da un lato [cinematografico] VIVERE il tavolo, dall’altro [letterario] IMMAGINARLO.
2 Appendice. Iron Man non è solo un personaggio fortemente “politico”, ma anche un personaggio che incarna una dualità, quasi cronenberghiana, tra “carne” e “macchina”.
La guerra cinematografica [proiezione della realtà] tra uomo/macchina, quella reale uomo/uomo attraverso l’uso di macchine-armi, si risolvono tutte attraverso una mediazione: l’unificazione della carne umana con il metallo.
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