Gomorra (Matteo Garrone)

“È ora di smetterla di fare film che parlano di politica. È ora di fare film in modo politico.” (Jean-Luc Godard)

Il cinema è il mezzo attraverso il quale si consumano le più grandi vendette. Charlot che si riprende i baffetti rubatigli da Hitler ne “il grande dittatore” o, in tempi recenti, Jesse James che si riprende la vita sottrattagli dal codardo Robert Ford. In “Gomorra” il cinema si riappropria dell’immaginario “sequestratogli” dalla malavita.
“Primo passo: Hitler prende a Charlot i baffetti. Secondo round: Charlot si riprende i baffetti, ma questi baffetti non sono più soltanto dei baffetti alla Charlot, sono diventati, nel frattempo, dei baffetti alla Hitler. Riprendendoseli, Charlot conservava dunque un’ipoteca sull’esistenza stessa di Hitler. Con essi, si portava dietro quell’esistenza, disponendone a guisa.” (1)
La criminalità ha scippato al cinema la rappresentazione spettacolarizzata del crimine stesso. Personaggi tarantiniani, scorsesiani, depalmiani (2) appartenti all’immaginario vengono emulati da personaggi decisamente pù reali (banalmente: che uccidono sul serio). Il gesto spettacolare del cinema diventa parte integrante della quotidianità malavitosa. Le gesta quotidiano/malavitose tornano però a divenire cinema in “Gomorra”, come se i personaggi che si muovono nello spazio filmico si fossero impossessati dell’esistenza delle persone in carne ed ossa. La strategia è semplice: (ri)prendere il ladro con le mani nel sacco. Due ragazzi vengono ripresi mentre imitano Tony Montana: vogliono impossessarsi delle sue gesta. Ma la macchina da presa gioca loro un brutto scherzo: si impossessa a sua volta delle loro. Ciò che in principio era “spettacolo” ora è tornato ad esserlo. Imitare azioni facenti parte dell’universo cinematografico davanti ad una mdp è semplicemente fornire nuova “linfa spettacolare” a quell’universo. Anziché “sottrarre”, i due, “aggiungono”.
Il cinema è capace di riprendersi, con forza, la fetta di immaginario che gli spetta. “Diamo al cinema quel che è del cinema”, verrebbe da dire.

Quello di Garrone è un film tremendamente sineddotico. Dalle pagine roventi/dolenti di Saviano vengono estratte le storie più “basse”, ossia quelle che ritraevano i meccanismi della camorra attraverso le azioni dei malviventi (e non…) situati in basso nella struttura piramidale mafiosa. Questo non getta uno sguardo parziale sull’organizzazione, anzi, la sua struttura viene “colta” per intero a partire dalle sue componenti “marginali”. Come la nave, inizialmente descritta attraverso la vela e infine sostituita dalla stessa. La vela, così come colui che porta la mesata alle famiglie dei carcerati, il giovanissimo affiliato alla camorra, lo [flessione delle dita] smaltitore di rifiuti e gli scarface-boy, è parte di un tutto decisamente più grande, una parte talmente vitale per la struttura che aiuta a “galleggiare” (nave/camorra) che gettare uno sguardo profondo su di essa significa cogliere la “nave” nella sua interezza.

Il grande merito di Garrone è quello di aver sottratto alle pagine di “Gomorra” lo sguardo di Saviano (il libro è un po’ come una ripresa in soggettiva, un qualcosa di “partecipativo”) per poi trascinare la sua “identità” registica all’interno delle pagine-fattesi-immagine. Pagine sostituite con spazi da “interrogare” con il massimo strumento morale: l’inquadratura. Garrone non giudica le azioni ma le scruta, e non potrebbe essere altrimenti.

“Un film dovrebbe camminare con le proprie gambe. E’ assurdo che un regista debba spiegarne il significato a parole. Il mondo creato nel film è un prodotto della fantasia e talvolta le persone amano entrarci. Per loro quel mondo è reale. […]
Qualcuno potrebbe sostenere di non capire la musica; però la maggior parte delle persone la sperimenta a livello emotivo e sarebbe d’accordo nel ritenerla un concetto astratto. Non si ha bisogno di tradurla subito in parole: si ascolta e basta. Il cinema assomiglia tantissimo alla musica.” (3)
Ascoltare e basta, lasciare che l’inquadratura si compia prima di porsi degli interrogativi. Non interrompere il flusso emotivo. Educazione all’immagine. Capacità di usare i neuroni solo quando serve. Le domande “immediate” non servono a nulla, urge avere pazienza, lasciare che l’immagine si “sedimenti”.
Questo per dirvi che ho letto da qualche parte qualcuno lamentarsi di una cosa secondo me molto superficiale: Scarlett Johansson che ha sostituito l’Angelina Jolie del libro. La domanda immediata, quella da evitare è: “ma nel libro non era la Jolie?”, è troppo superficiale, non possiamo permettercela davanti all’immagine. Se solo si avesse la pazienza di aspettare giungerebbero interrogativi molto più profondi e necessari: “Quale dolore può essere così forte da non permetterti nemmeno di piangere? La consapevolezza del non riconoscimento? Una vita di sacrifici ripagata con l’umiliazione televisiva?”. Lì, davanti a noi, uno dei migliori sarti al mondo vede l’opera del suo lavoro indossato da una diva [in tv], cosa diamine ce ne frega di chi sia la diva?
Garrone qui, secondo me, ha girato una delle sequenze più belle e al contempo laceranti viste di recente. Non un commento, solo lo sguardo del sarto che si dirige verso il suo camion. Un’ellissi sonora stupefacente, ciò che sta accadendo è chiaro, come dice Lynch non vi è alcun bisogno di spiegarlo a parole. Quello che ci offre Garrone però è qualcosa di più, ci rende il controcampo impossibile di quell’ultima inquadratura, come se quel cavolo di schermo lì davanti non avesse più alcun significato. Siamo lì, soffriamo lì, viviamo lì. Lo spazio filmico è in continuum con quello reale.
Vorresti alzarti in piedi per vedere se la tua ombra finisce ancora sul proiettato tanto è reale, viva, (dis)umana questa scena.

Quella di Garrone è una torsione [quasi depalmiana] nei confronti di “certe tendenze del cinema italiano” [quasi cit.]. Una ribellione a suon di inquadrature. L’emozione, il “racconto” [banalizzo] devono essere veicolati dall’immagine, non possono farne a meno. Purtroppo Garrone è attualmente uno dei pochi registi italiani [l’altro è Sorrentino] che ancora si interroga sulla funzione della macchina da presa, su dove e come piazzarla, come proiettare il proprio sguardo all’interno dello spazio filmico.
Inquadrature che “seguono” i personaggi facendo respirare le loro azioni, inquadrature millimetriche, che non nascondo la testa sotto la sabbia davanti all’uomo, al dolore che esso prova. Inquadrature che testimoniano lasciando all’immaginazione il percepire quel “tutto” che sta dietro la sineddoche di un primo piano doloroso.

Raramente in “Gomorra” vengono utilizzati elementi extradiegetici. Garrone lascia parlare i suoni neomelodici popolari, lascia gridare i personaggi e i loro passi. Segno di una volontà di mostrare l’umanità in tutta la sua forza, senza troppe sovrapposizioni.
“Gomorra” è un film che mi stupisce profondamente per la sua “compiutezza”, frutto di una maturità registica che probabilmente ancora mancava a Garrone nel “l’imbalsamatore”.
Lacerante come un coltello conficcato nella carne. “Gomorra” è un film il cui impatto non riesco ancora bene a delineare, tanto mi sono sentito immerso, coinvolto, parte dell’immagine.
Questo è il miglior Cinema italiano oggi possibile.

1. André Bazin nel saggio “Pasticcio e posticcio o il nulla per dei baffetti”.
2. Scarface in particolare, qui vero e proprio modello. “Il mondo è tuo”.

3. David Lynch, “In acque profonde”.

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