Be kind rewind (Michel Gondry)

SIATE SIMPATICI, RIVALUTATE!

Orson Welles diceva che la macchina da presa deve essere “come il cuore di un poeta”. Il cuore che Gondry mette dentro la mdp è sempre gigantesco. “Be kind rewind” è il film della porta accanto.
Un inno al cinema come lo era “i fratelli Skladanowsky” di Wim Wenders, un film che piange nostalgia verso la creativà partorita dal cuore. Un inno al cinema girato “edwoodianamente”, ma con il cuore gettato al di là dei risultati. Il fai-da-te, la fantasia oltre i mezzi. Un inno ad un cinema che rischia di scomparire: quello che fa dello schermo una porta aperta.
“Be kind rewind” non ci racconta solo, con nostalgia, il cinema, ma anche la lotta per la conservazione della propria identità. L’identità scolpita nel passato e mantenuta viva dalle note di una canzone o dai fotogrammi di un film.
Proprio durante la visione di quell’ultimo film, la ricostruzione di un passato incancellabile, un’intera comunità diventa parte integrante del fotogramma (dopo aver preso parte alla sua realizzazione): piange e ride davanti ad immagini che le apparterranno per sempre. “Riconoscersi” nel proiettato, specchio definitivo della nostra esistenza.
Qui Gondry sembra urlare “quel film potrebbe davvero essere l’ultimo”, segnare la fine di un cinema in cui poter immergere l’anima. Un grido talmente forte che tapparsi le orecchie sarebbe quantomeno infame. Bisogna prestare orecchio a questa voce che vuole riportare il cinema al livello del cuore.
“Be kind rewind” rischia la derisione, la non-comprensione, ma è un piccolo capolavoro che da queste parti siamo pronti a difendere con i cannoni.
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