Il divo (Paolo Sorrentino)


Il cinema preleva dalla realtà i suoni, li travasa nei suoi canali, quest’ultimi “sfociano” nel visivo. I suoni spesso poi tornano nella realtà, ma contaminati dal contatto con il filmico. Pensate a come molte tracce musicali perdano la loro identità, il loro titolo, per essere riconosciute come “pezzi” del film (esempio: “quella è la canzone DI Pulp Fiction!”). Come in una sinestesia, grazie al cinema, i suoni assumono quindi anche dei connotati visivi che non gli apparterrebbero. Immagine e suono si contaminano vicendevolmente a tal punto che davanti ad un film spesso ci sembra di percepire un segnale unico (audiovisivo, appunto), sinestetico: sentiamo le immagini e vediamo i suoni. Ciò che colpisce maggiormente, ne “il divo”, è l’incredibile sinergia che si viene a creare tra le componenti sonore e visive. Sorrentino gioca con il sonoro, lo rende pura introspezione dell’anima e dell’immagine, in poche parole non aggiunge un senso ulteriore a quello che i personaggi e le loro vite dovrebbero comunicare ma lo cambia, come in una reazione chimica. Il Nostro rivendica la presenza del suo “sguardo” all’interno del film. Uno sguardo che penetra sotto forma di musica (uno “sguardo musicale”). Questa però non è una presa di posizione, un vincolo (come potrebbe esserlo un commento esplicativo/rivendicativo in voice over, vedi, ahimé, l’ultimo film di Lars Von Trier) quanto una semplice (e potente) sottolineatura emotiva. Soprattutto perché i sensi che devono poi cogliere il film sono nostri, le emozioni audiovisive vissute ed “elaborate” dal loro autore vengono da noi rielaborate e rivissute. Le immagini piangono e ridono attraverso il suono, e noi regiamo a queste sensazioni.
Non solo il suono, ma anche la sua assenza (o la sua “negazione”) può diventare distorsore allucinatorio di significati. Significativa in tal senso, nel film, l’inquadratura del settimo governo Andreotti, i pensieri del Divo giungono alle nostre orecchie mentre il campo si stringe su di lui, e man man mano che si stringe i suoni esterni vengono affievoliti, fino ad un totale annullamento: stiamo comunicando direttamente con il protagonista. L’assenza di suono però “turba” l’immagine, non siamo più davanti ad un uomo politico ma dentro il suo archivo personale: improvvisamente tutto ciò che deve tacere, tace… (Nel film ci verrà pure mostrato, in seguito, il famoso archivio privato di Andreotti, quello che fa tacere la gente…).
Torniamo al suono (è un aspetto sul quale mi piace soffermarmi, dato che quasi nessuno al mondo usa il sonoro come il Nostro, molto probabilmente solo David Lynch). Sorrentino, ricostruendo le emozioni attraverso i suoni (esempio lampante “i migliori anni della nostra vita”, ne parlererò in seguito), crea un bricolage di suoni extradiegetici e non di proporzioni inaudite. Si esordisce con Cassius (“toop toop”) e si prosegue con pezzi di musica classica, Renato Zero e fischiettii. Straniamento, anomalia, contaminazione, abbattimento della linearità. Il bricolage è una scelta estetica precisa che ci suggerisce un senso secondo, “ulteriore”. Non possiamo affidarci alla semplice lettura del testo (o all’ascolto delle note, nello specifico) ma dobbiamo rintracciare ciò a cui questo testo/insieme di note rimanda. Un invito alla lettura (ascolto) filologica, e non extratestuale. Una canzone mantiene una sua certa identità: non può sostituire uno stato emotivo ma solo esserne una rappresentazione (prima di arrivare all’emozione, dunque, dobbiamo sempre passare per la canzone, ascoltare le sue note). Tanti sono i frammenti eterogenei che costituiscono un bricolage, ed ogni frammento riesce a mantenere una sua identità specifica pur avendone una “ulteriore”. Il bricolage, che a prima vista può apparire una struttura fragile, si dimostra invece mezzo di espressione roccioso: autodistruggendosi ricostruisce qualcosa che va “oltre”.

Tra tutti i paragoni che si sono fatti a mio avviso spicca quello con la trilogia sul potere di Sokurov (“Moloch”, “Il sole”, “Taurus”, se non li aveste visti, recuperateli!). Un paragone che non coinvolge la cifra stilistica ma la riflessione, sul potere appunto.
“Il divo” è un film che usa Andreotti come pretesto per riflettere sulle “conseguenze del potere”. Per sintetizzare il discorso analizzerei una scena che ben rappresenta la riflessione: “l’incontro” tra Andreotti ed un gatto. Andreotti batte la mani, il gatto resta lì, non si sposta, scorgiamo il riflesso del Divo nei suoi occhi felini, Andreotti ha la strada ostruita, non passa, è il gatto che alla fine si deve spostare. Ognuno potrà vederci quello che vuole, in quel gatto. A me piace vederci un ritratto dell’italiano con il potere riflesso negli occhi, un potere accecante, quasi “da ammirare”. Così come l’italiano, il gatto cede il passaggio ad Andreotti, al Potere, si allontana mestamente. Sarà sempre Andreotti ad avere la strada libera, al gatto non è concesso mettersi in mezzo. Questo “sistema” gatto/Andreotti rappresenta l’Italia nella sua interezza, il potere ed il modo che abbiamo di rapportarci con esso (lasciare libera la strada), la soggezione verso il potente che vede il riflesso di se stesso negli occhi del sottomesso (e vede se stesso ovunque si estanda il suo dominio).

“Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta e invece è la fine del mondo. E noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene.” (Il divo) [un mandato firmato con il sangue, probabilmente]
Andreotti strappa dal giallo la pagina in cui si rivela l’assassino, si sottrae costantemente alla verità. La verità può essere cancellata e distrutta, manipolata come un pezzo di pongo del quale non ci verrà mai mostrato il colore. Chissà quante pagine e vite sono state “strappate”, portate via da quella mano. Esiste solo il concetto di “giusto”, ma è un concetto troppo legato al tornaconto personale per poter essere onesto.

Andreotti personaggio controverso, inscrutabile. Andreotti buco nero. Andreotti catacomba. Andreotti cubo di Rubik a infinite facce. La luce che parte da Andreotti per giungere ai nostri occhi viene sempre rifratta da un prisma, i colori si disperdono. Andreotti è l’impalpabile enigma che il film non vuole sciogliere. La colonna sonora/bricolage rende l’enigma ancora più enigmatico.
Andreotti lacrima, circondato dal calore di una donna, avvolto dalle note di una canzone (“I migliori anni della nostra vita”) in una delle scene più belle dell’intera storia del cinema.
“Il velo del mistero Andreotti non viene coscientemente squarciato del tutto, Sorrentino è bravissimo a poterlo strappare qui e là e a condurci a sbirciare quel che vi si nasconde dietro” (Federico Gironi).

Quello di Sorrentino è un film politico nell’accezione più cinematografica possibile: è girato in maniera politica. Uno stile divino, che diventa tutt’uno con le grandi riflessioni portate avanti: tra pensiero e movimento di macchina non vi è alcuna differenza. Una lotta a suon di inquadrature per amore dell’immagine e dell’emozione pura che solo quest’ultima riesce a veicolare. Questo film va ben oltre Andreotti, e forse è questo il torto principale che viene fatto al politico (come persona, questa volta, e non personaggio): il protagonista de “il divo” è il cinema (e che cinema!) e non lui. Angolature incredibili, specchi, zoomate rapide, movimenti dolci, pianisequenza: Andreotti ingabbiato e ammenettato dentro il Cinema, l’unico “carcere” dentro il quale è davvero possibile chiuderlo.

Probabilmente ne scriverò ancora dopo la seconda (o terza) visione. Qui Sorrentino, il miglior regista italiano vivente, a mio avviso ha “esagerato” girando non solo il film più bello dell’anno, ma probabilmente una delle massime opere di questo millennio (la mia reazione dopo la visione di può riassumere con questo video). Un film devastante, dove tutto è perfetto, dove tutte le sequenze sono una lezione di Cinema. Toni Servillo, poi, scava nel personaggio superando la banale imitazione. Non ci sono aggettivi per definire la sua interpretazione, davvero.
Capolavoro assoluto, ça va sans dire.

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