Alexandra (Aleksandr Sokurov)

1. UN FILM SULL’ASSENZA: DAL TUTTO DENTRO IL CAMPO ALLA GUERRA FUORI CAMPO
“Madre e figlio”, uno dei capolavori di Sokurov, è un film che azzera completamente il fuori campo. Inquadrature praticamente immobili, assimilabili a quadri impressionisti, rappresentano tutto ciò che è possibile cogliere: il nulla ed il tempo. Come nel caso del quadro il fuori campo è il mondo esterno, qualcosa che non è in rapporto di continuità con la rappresentazione artistica, qualcosa che non può essere dipinto perché cambia nel tempo. Il quadro è morto, il fuori campo (che non è tale “per scelta”, ma “per forza”) vive ancora. Il grande limite di “madre e figlio” è anche la sua immensa forza: l’azione da cogliere è praticamente insignificante e diventa sublime attraverso la citazione figurativa. Ciò che accade ora basta a se stesso: ci muoviamo all’interno di immagini centripete. Lo spazio diventa marginale, a questo punto, dato che è rappresentato nella sua totalità (non esiste nulla oltre i margini dell’inquadratura). Il tempo segna i gesti e gli sguardi dei due personaggi (gli unici possibili, non ne esistono ne mai ne potrebbero esistere altri). Il tempo è divinità, l’elemento “sacro” del cinema. “Il cinema è l’arte di scolpire il tempo” (Andrej Tarkovskij).
“Alexandra” ci porta (letteralmente…) su un altro piano. Dove tutto il rappresentabile era prima nel campo ora ciò che è rappresentato è fuori dal perimetro dell’inquadratura. Rispetto a prima qui parliamo di una scelta: se la vita del mondo “extra-filmico” era forzatamente fuori campo (ed anche unico vero fuori campo in “madre e figlio”) la guerra qui ci finisce per scelta. La guerra non basterebbe a rappresentare se stessa, come prima la madre ed il figlio, quindi resta fuori dal campo visivo, ma al contempo sappiamo perfettamente che c’è. Le immagini “centripete” di “madre e figlio” diventano “centrifughe” in “Alexandra. Per questo Sokurov non lavora sull’enunciazione figurativa in “Alexandra” come ci aveva abituato in suoi altri film: questa volta ciò che lui vuole rappresentare non si trova nell’immagine, ma altrove. Sokurov, però, ci mostra i segni di questo “altrove”.
2. UN FILM SULLA PRESENZA: DAL CAMPO VISIVO AL CAMPO DI BATTAGLIA
La mitragliatrice che spara “è” la guerra, eppure lo sguardo di una donna anziana (Alexandra, appunto) la rappresenta meglio. Come se inquadrate l’aereo non ci facesse capire nulla sulle sue condizioni di volo ma un primissimo piano di un passeggero sì. Alexandra rappresenta la guerra “nel” e non “sul” campo. La guerra non è più azione ma stato interiore, parte della vita. La guerra è un’emozione esternabile con lo sguardo. L’immagine è allora attraversata profondamente da questo “stato di guerra”. La guerra è lì davanti a noi seppur si svolga da un’altra parte. Il film di Sokurov è davvero doloroso, vedendolo si prova lo stesso dolore di un militare centrato dal piombo.
3. VERSO L’INFINITO
Il finale dei film di Sokurov ci mostra spesso un movimento (anche solo immaginario) verso uno spazio più grande (spesso infinito) rispetto a quello in cui i personaggi si trovavano “rinchiusi”. Nello strepitoso “Arca russa” lo spazio che rinchiude i personaggi è il museo Hermitage, in “Alexandra” un campo militare in Cecenia. Nel finale di arca russa la macchina da presa (che fino a quel momento non aveva mai staccato…) ci conduce fuori dal museo, davanti all’immensità del mare: se il film rappresenta la storia della Russia e il museo ne rappresenta la “geografia”, fuori c’è un mare, uno spazio infinito da poter raccontare. La Russia è un museo in mezzo al mare. Nel finale di “Alexandra” la protagonista prende un treno che la ricondurrà in Russia. Lo spazio rappresenta, nuovamente, la Russia, non più geograficamente ma “politicamente”. Dallo spazio del campo militare allo spazio infinito della Russia. La Russia è un mare che cerca di divorare le isole che vi sono immerse.
4. ATTRAZIONE E REPULSIONE: DALLO SGUARDO “NATURALE” ALLA DENATURAZIONE FOTOGRAFICA
In quest’ultimo film Sokurov gioca con gli sguardi. Lo sguardo dei civili, dei militari. Sguardi di nonna e nipote che si intrecciano. Sguardi di Alexandra e di gente locale che si interrogano. Questi sguardi sembrano respingersi tra loro, sono sguardi magnetizzati. Al contempo le esistenze che questi sottointendono sembrano abbracciarsi. Sono sguardi davvero “umani”, lontani dalla spettacolarizzazioni, sguardi che ci mostrano la vita. Per questo in “Alexandra” la fotografia decolarata assume i veri colori della vita. “Alexandra è in questo senso il suo film più dolente, annegato in un beige seppiato che sembra voler strappare via i colori che differenziano le superfici degli uomini per giungere a ciò che ci rende simili gli uni agli altri.” (Giona A. Nazzaro). Prelevare i colori, restituire l’Uomo.
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