Kung Fu Panda (Mark Osborne, John Stevenson)

Qual è l’ “ingrediente segreto” di cui tanto si parla in Kung Fu Panda se non il cinema? Il cinema che materializza l’imaterializzabile: un panda figlio d’un papero, ad esempio. Come Po che grazie al cinema riesce a vedere qualcosa sulla sua pergamena bianca, anche noi grazie al cinema vediamo qualcosa su di uno schermo bianco. Basta credere in qualcosa (nella finzione, nella possibilità che qualcosa di davvero incredibile possa accadere).
Kung Fu Panda sfrutta (in maniera onesta) l’incredibile per intrattenere lo spettatore, incollandolo al suo universo di finzione per distrarlo dal mondo vero. Quest’universo è però fulminante (colpisce e si dilegua), e se questa volta gli animali non tornano in gabbia sicuramente lo spettatore tornerà a casa dimenticandosi del film, ma non della sensazione di piacere istantaneo che gli ha regalato. Kung Fu Panda è dunque un film “piacevole”, che omaggia senza citazionismi sfrenati e che diverte senza prendersi sul serio.
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