Il figlio (Luc Dardenne, Jean-Pierre Dardenne)


Q
uello dei Dardenne è un cinema che soffoca le forme prima di venirne soffocato. Olivier, il protagonista di questo splendido film, sembra essere legato con una corta fune all’operatore che lo riprende (costantemente con macchina a mano): inquadrato di spalle, in primo o in primissimo piano, seguito in ogni istante della sua vita (cinematografica) quasi come fosse incastrato dentro i confini del quadro e non riuscisse più ad evaderne. Se il cinema contemporaneo incede velocemente verso l’ossessione di mostrare “tutto” questo dei Dardenne (1) non delinea spazi al di fuori di quello intimo del protagonista, non fornisce alcuna coordinata dell’ambiente (2) e non concede la possibilità di mettere a fuoco le forme perché tutto lo sforzo “visivo” è concentrato su Olivier (o occasionalmente su un altro personaggio).Viviamo il film con lui come fossimo suoi compagni di viaggio, percepiamo il fuori campo attraverso le espressioni del suo viso (l’uomo racconta il “recipiente” che lo contiene (3)) e respiriamo la quotidianità dei suoi gesti. “Il figlio” lega un cappio intorno al collo dei personaggi e li condanna moralmente, condanna noi spettatori al “giudizio”, a pronunciarci sulle azioni che si svolgono dentro il quadro.


Quello dei Dardenne è un lavoro che riesce a coniugare una somma ad ogni sottrazione. Mano mano che il film prosegue i dialoghi si fanno sempre più radi, le azioni sempre più “difficoltose”, l’assenza della colonna sonora diventa sempre più palpabile. Quando l’immobilità e il silenzio regnano sovrani il quadro si carica di tensione, l’attesa del “dopo” (
il desiderio di sapere cosa verrà detto e fatto) si fa insostenibile (nell’ultima mezz’ora, quando lo spettatore conosce già le “carte in tavola” (4), ma non come queste verranno giocate, “il figlio” si trasforma letteralmente in un thriller), i perché esplodono. Rendendosi conto di questa insostenibilità i Dardenne allentano la morsa, allargano i campi, fanno “respirare” le inquadrature.

Quella dei Dardenne è la messa in scena di una bilancia che pende continuamente fra “essenzialità” ed “esistenzialità”: se la rappresentazione è essenziale (non sovrappone nulla alla realtà) il rappresentato è esistenziale (si sottopone alla realtà), fra “azione” ed “emozione”: l’assenza di emozioni è compensata dall’azione continua (il gesto quotidiano reiterato, il lavoro incessante, la falegnameria), la presenza di emozioni blocca l’azione salvo poi farla ripartire (perché, come sembra dichiara lo splendido finale, bisogna “tornare a vivere”).
Francis (figlio senza padre) e Olivier (padre de “il figlio”) sono attratti magneticamente uno verso l’altro (dalla sorte, dall’avvenimento che caratterizza il film e che in un certo senso mette in “contrasto” i due personaggi(5)). Da cosa? Odio? Voglia di confrontarsi con il passato? Desiderio di vendetta? Follia? Probabilmente da un semplice bisogno di affetto, di una persona intorno alla quale tentare di ricostruire la propria vita. “Il figlio” è un film sulla necessità di continuare ad amare mettendo da parte il passato, di liberare il cuore dal rimorso.

1 Che è meravigliosamente fuori dal tempo per quel che riguarda l’enunciazione del linguaggio ma, nonostante ciò, “letalmente” dentro al tempo.
2 Un ambiente soprattutto interno, dato che il film è girato per la maggior parte dentro “serbatoi umani” (edifici e autoveicoli).
3 Ovviamente i Dardenne, concentrandoci su di uno spazio “infinitesimo”, procedono per sineddoche (raccontano “l’infinito”).
4 – 5 Cose che non voglio svelarvi…

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