WALL•E (Andrew Stanton)


“Il cuore deve mediare tra i circuiti e le mani metalliche.” (da “Metropolis”, modificata).

In “WALL•E” perfino la profondità di campo è virtualizzata alla perfezione, le forme sono in fuoco o in fuori fuoco e si annebbiano i contorni dell’esistenza. Forme dai confini stemperati come quelli di un’umanità ridotta a mucchio di rifiuti. “Ho paura, David”. Desiderio improvviso ed irrefrenabile di tornare ad essere umani.
Meraviglia a gravità zero, l’immagine non pesa (e spesso si dissolve, come nell’incredibile incipit), la macchina da presa virtuale si muove nello spazio come una foglia sospinta dal vento. Il movimento è naturale, pacato. Levitazione magnetica di corpi e metalli. La meravigliosa scena della danza nello spazio di Eve e WALL•E (con un estintore) è la levità nella sua espressione infaticabile.
Registrare un musical, una canzone, catturare le immagini con una sonda. Guarnire la memoria di ricordi. Per non dimenticare chi siamo, chi eravamo. Per progettare cosa saremo.
Romanticismo dilagante. Amore per il passato cinematografico/umano riversato in ogni fotogramma. Sentimenti propulsivi. Amore per la pura e semplice creazione dell’opera. La pixar si dona al suo pubblico (che è poi universale), lo corteggia con una serenata visiva (dietro ogni fotogramma c’è un cuore gigantesco).
WALL•E è un Chaplin cigolato che si innamora di un monolite Apple, Eve. Passato e futuro si incontrano e si tengono per mano. Si cita costantemente l’opera di Kubrick ma con lo sguardo rivolto avanti, ad una digitalizzazione massimalizzante del cinema.
“WALL•E” è puro cinema dello stupore, della sorpresa, dell’incontro anzichè dell’azione e dello scontro.
La sinfonia della ferraglia. Il ronzio dei mezzi che cigolano e volano sostituisce la parola. Silenzi (in più della metà del film non si proferisce parola) colmati da stati d’animo in piena vibrazione.
“WALL•E” è l’ennesimo film gigantesco e coraggioso della Pixar, un’irruzione incontrollata di arte allo stato puro nelle nostre vite.
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