Mad Men

Americana
Non ho mai scritto qualcosa su di una serie televisiva (anche perché non ne sono un grande consumatore) ma cercherò di rimediare, ogni tanto. Mad men mi ha messo davanti una serie di interrogativi, talvolta perfino dolenti, ai quali sento il bisogno di trovare risposta. Questa non è una analisi dell’opera (anche perché essendo composta da due serie di tredici puntate l’una ci vorrebbero giornate intere per scriverla) ma più semplicemente una sorta di reportage, nella speranza che possa offrire qualche spunto di riflessione. Credo mi sia inevitabile sconfinare occasionalmente nell’extratesto, ma trovo decisivo il rapporto e lo scambio reciproco (una sorta di incessante trasferimento di input e di output) che l’osservatore (in questo caso io) contrae con l’opera, a costo di proiettarsi integralmente nell’immagine.

Un rito del venerdì

C’è una differenza sostanziale, uno scarto da evidenziare col pennarello, tra Mad man ed il normale prodotto televisivo a puntate (e dunque ritualizzato, il rito riassume e riattualizza il mito). Ogni puntata deve essere costruita in modo da far trovare insopportabile l’attesa per la successiva, ogni atto non risponde solo a se stesso ma si trova a lavorare in funzione del prossimo. Ad un processo del genere non si sottrae neppure una grandissima serie quale Dexter (di cui si potrebbe parlare qui in un futuro), destinata ad essere divorata implacabilmente puntata dopo puntata dato che lo spettatore non può sottrarsi al fuorioso incedere del “nevoglioancorismo”. A ciò si devono aggiungere oltretutto le grandi possibilità che ci concede oggi la rete, possibilità che non concedono intervalli: possiamo procurarci una serie tv e farla fuori nell’arco di una settimana (in casi patologici anche meno), consumare la pietanza senza nemmeno aver avuto modo di imbandire il desco. Questo distrugge il rito di vedere una serie tv (ad esempio una puntata alla settimana e sempre lo stesso giorno) e in un certo senso colma la sete del “nevoglioancorista” garantendogli di avere tutto e subito.
Un rito è l’esigenza di fare qualcosa secondo delle norme prefissate, alle quali attenersi scrupolosamente pena la perdita di valore (personale) del gesto (o l’insieme di gesti) che al rituale è connesso. Personalmente ho trasformato Mad Men in un “rito del venerdì” e sono quasi sempre riuscito ad attenermi alla norma autoimpostami (“una puntata alla settimana”). Questo perché davanti a Mad Men raramente mi è capitato di chiedermi «Cosa succederà?», tutto il mio sforzo conoscitivo è stato convogliato sull’ “adesso”, a quello che accade in tempo reale, nel preciso istante in cui lo guardo/consumo. In realtà nulla “avviene” in un prodotto audiovisivo di qualsiasi genere finché qualcosa non viene ripreso da un dispostivo. Guardare un film o una serie tv è sempre una rivisitazione di un atto che si è già consumato, poiché tutto è già avvenuto davanti alla mdp. Davanti ai nostri occhi però avviene il “ritorno del morto”, l’opera si materializza (su di un nuovo dispositivo/supporto: si potrebbe quasi pensare che la macchina da presa uccida e il proiettore/televisore riporti in vita) e nasce un canale di comunicazione virtuale tra quest’ultima ed il suo utente. Meno interromperemo questo flusso con le nostre domande più riusciremo a godere del prodotto. Il richiedere qualcosa quando sullo schermo sta, di fatto, avvendendo dell’altro è come sperare che il prestigiatore tiri fuori il coniglio mentre ci mostra il cilindro.



La questione dell’attesa

Perché Mad Man non lavora sulle aspettative dello spettatore, a costo di rendersi poco “televisiva” e poco idonea al consumo (il fatto che nella serie si parli di pubblicità, e dunque di consumo, genera un contrasto che ha del sublime) di massa (nonostante il suo successo per amare davvero la serie bisogna essere in grado di interrogare in maniera massiccia il testo dopo la visione, tanto è stratificato)? Come riesce a non “darsi in pasto”, a conservare una sua integrità, ad essere un’opera che risponde principalmente a se stessa?
Con tutta probabilità è lo stile magnetico di questa serie a richiedera latenza. Prima di tornare a consumare si sente la necessità di fermarsi a riflettere sul già consumato. Il linguaggio utilizzato da Mad Men non conosce la fretta: i movimenti di avvicinamento/allontanemento dai personaggi (soprattutto quelli di “introduzione”) sono quasi sempre solenni, lenti. La macchina da presa non viene sbattuta a destra e manca ma viene utilizzata come uno strumento lieve, di alleggerimento della visione. Sovente si ricorre anche alla dissolvenza dell’immagine, che ci abbandona piano piano (allontanandoci dunque dal “tutto e subito” ma facendoci toccare con mano “l’adesso”). Non ci sono mai immagini sovraccariche in Mad Men.



La ricostruzione del tempo

La ricostruzione storica di fisionomie, forme e sostanze è sicuramente uno dei punti di forza della serie. Massimalizzante, perché non si concede margini di errore, mosaico di costumi e ambienti di un altro tempo. Il dettaglio è preponderante. Nuvole di fumo Lucky Strike in quantità inaudita, come a sottolineare la natura vaporosa del quadro, superalcolici consumati a cisterne, scale al chiocchiola che conducono al potere, senza farsi scrupoli: per avanzare di uno scalino è lecito calpestare corpi ed esistenze. Gli anni ’60. Il cinismo carroarmato dell’era contemporanea, forgiatore di personaggi, di maschere da mettere in faccia alle persone. L’emancipazione è un treno in costante ritardo. La diversità è un fattore imperante e discriminatorio.


Un piccolo legame con Underworld di Don DeLillo
Gli scritti di Don DeLillo sono fondamentali per analizzare e interrogarsi su tutte le immagini che giungono violentemente ai nostri occhi al giorno d’oggi. Underworld è la fucina del nostro rapporto con la visione, prima dell’elaborazione tutto passa per questo capolavoro, lo attraversa e ne esce con una nuova identità. Quale rapporto lega Underworld a Mad Men? Entrambi parlano dell’America di oggi utilizzando un pretesto “storico”. La pallina da baseball (quella dello storico fuori campo nella partita tra Giants e Dodgers) del libro è sostituita dalla pubblicità nella serie. Una pallina e un reparto creativo ci conducono attraverso la storia degli States (Mad Men procede in avanti lentamente, Underworld velocemente a ritroso). Il viaggio attraverso il tempo è assolutamente illusorio perché queste opere, rari esempi di sfruttamento moderno dei mezzi di espressione, parlano del mondo di oggi, e lo fanno con una lucidità incredibile.
«DeLillo riesce a leggere le ambiguità sinistre della recente storia americana nella nostra vita di tutti i giorni, soffocata dalla tecnologia.» (John Updike)
«La cosa davvero straordinaria è che se si tolgono le sale riunioni piene di fumo e i cappelli di feltro degli uomini o gli abiti attillati delle donne, i personaggi sono ancora estremamente contemporanei.» (Matthew Weiner, il creatore della serie)
La meravigliosa puntata Nixon vs. Kennedy della prima serie è quasi un corollario del pensiero delilliano.

Un caleidoscopio di immagini

Oggigiorno siamo bombardati da oggetti virtuali, da simboli, da immagini che cercano con sempre più insistenza non tanto di rappresentare la realtà quanto di sostituirla. Il folle mondo viene avanti rotolando verso una rete metallica, pronto alla frantumazione in pixel.
Mad men parla del processo di costruzione di queste immagini, dei reparti creativi che le partoriscono. La costruzione di un immagine da vendere e di un’immagine di sè con cui vendersi. L’immagine è tutto, l’immaginario il “bersaglio fortunato”.



Don Draper ovvero la scalata verso la modernità
Don Draper è un personaggio estremamente interessante. Con un passato da tenere nascosto e un futuro da conquistare. Draper è un personaggio, Dick Whitman è la persona che lo interpeta (a sua volta interpretata magnificamente da Jon Hamm). Draper riesce solo a guardare avanti, il suo sguardo è piegato alla modernità. Whitman deve fare i conti con il passato, non può far altro che guardarsi alle spalle. Don Draper è solo l’ennesima maschera del mondo di oggi. Fingere di essere ciò che non siamo per ambire a quel che vogliamo, un dogma incancellabile. Mad Men ci parla di una terra dove le radici non riescono più ad attecchire. Continuare a prendere pugni cercando di metterne da parte il ricordo può dare sollievo, ma di certo logora le carni.


Il reparto creativo

Chi sono questi creatori? Uomini eleganti (raramente donne, fa eccezione Peggy Olsen, di cui parlo più sotto), fumatori incalliti, bevitori inarrestabili, venditori immorali del mito di se stessi. Il loro fine ultimo non è vendere un prodotto ma la conquista del cliente, non si accontentano di pubblicizzare, vogliono che l’immagine del prodotto e quella del consumatore (che deve essere guardato dall’alto, ripreso con una plogèe mentale) si sovrappongano fino a diventare indistinguibili. Ci smerciano quello che desideriamo essere, un desiderio destinato a sfociare nel consumo. Ci regalano un’immagine cool di noi stessi per non farci sentire fuori dal mondo, perché in quel mondo cool noi dobbiamo consumare. L’arte al servizio del mezzo pubblicitario, ovvero la creazione ridotta a mercimonio.


La concessione del dubbio
Un altro grande pregio di Mad Men è quello di consentire allo spettatore di dubitare. Personaggi ambigui, da smascherare, delle cui azioni dubitare costantemente. Possiamo guardare questi copywriter con il sospetto di chi non si fa ingannare: dietro l’immagine c’è sempre e comunque la vita (e dietro ogni personaggio una persona). Possiamo perfino dubitare dei grandi cambiamenti storici del periodo: l’evoluzione c’è, manca l’adattamento.
Mad Man è un “prodotto” pensato per interagire con il pubblico anzichè cercare di convincerlo di qualcosa.



Peggy Olson: l’ambizione, Betty Draper: la rassegnazione. Due personaggi in netta contrapposizione.
Peggy Olsen è un’allieva ambiziosa della scuola Draper, ma più ingenua e meno chirurgica nella costruzione del suo personaggio. Punta in alto in un ambiente saturo di maschilismo, non rassegnandosi alla sua condizione.
Betty Draper è la controparte di Peggy (non solo “fisica”…), cerca di adattarsi ad una vita fatta di insoddisfazioni ma non riesce a nascondersi dietro un’immagine di se stessa. Pur essendo la signora Draper non è della scuola Draper. Svanisce lentamente davanti alla vetrina di un negozio nell’ultima puntata della seconda serie. La macchina da presa indugia sull’immagine di Betty riflessa sulla vetrina: di lei ora rimane quell’esile traccia a cui non è riuscita a dare spessore. Bisogna saper credere nei fantasmi.



Elementi destabilizzanti: Nixon vs. Kennedy, U.S.A. vs. Russia
Due eventi significativi intervengono in Mad Men e ne destabilizzano il procedere, impossessandosi della scena. Due avvenimenti cruciali (uno per stagione, tanto per tornare al rito…) che non ritroviamo nella serie solo perché facenti parte del contesto storico ma con lo scopo preciso di mostrare quella che è la manipolazione della verità, il cinismo di un’era che non si esaurisce e non si esaurirà mai. Lo scontro politico è scontro pubblicitario, il terrore è pubblicitario. Le nostre vite sono materia di affissione.


Se vi siete letti tutto il post posso pure offrirvi un Old Fashioned.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...