Appunti di un narratore mediocre

1. Qualsiasi sia il tempo verbale utilizzato tutto ciò che scriviamo, un attimo dopo aver staccato la penna dal foglio o la mano dalla tastiera, è già passato. Quale motivo ci spinge, talvolta, a sottolineare questa impossibilità di raccontare il presente narrando, appunto, esplicitamente al passato?

2. Questa è la storia di un mio omonimo, o meglio il riassunto di una omonimia. Quando sei di giù e tutti e due i tuoi nonni si chiamano allo stesso modo il tuo nome è segnato. Io non l’ho mai conosciuto, mio nonno: è morto poco prima che io nascessi. La colpa evidentemente non è di nessuno dei due. C’è una sorta di continuità in ciò, un passaggio di testimone. Non credo però di poter affermare di non averlo proprio conosciuto, dato che me ne parlano in continuazione, mi raccontano storie. L’ho visto filtrato attraverso gli occhi degli altri ma in qualche modo l’ho conosciuto. Le storie sono molto interessanti, molto più dei fatti, perché ne esistono decine di versioni, perché sfumano e dobbiamo costruire apposite strutture per tenerle in piedi e farle rivivere, perché possiamo dubitarne. Dubitare è fondamentale. Il fatto documentato invece è sempre uguale a se stesso, sempre vero, senza alee.
Così sono al tavolo, abbiamo finito di mangiare e ascolto le storie. La guerra, mio nonno ha combattuto in Africa. Una delle sue minacce preferite: «Di gente ne ho vista tanta stesa a terra, cambiava solo il colore della pelle, uno in più o uno in meno non mi turberà il sonno». Ha sollevato un quintale per una bottiglia di vino. Beveva litri di vino e coca cola. Ottimo, non se hai il diabete… Faceva colazione con la trippa. Appena sveglio buttava giù un bicchiere d’aceto. Scappò dall’ospedale quando dissero che dovevano amputargli un dito del piede.
Ascoltando le storie comincio a capire quanto sia grosso il peso della responsabilità per questa omonimia. Se la vita fosse un continuo replicare gesta memorabili credo che mio nonno non avrebbe fallito un colpo. Alimentare storie sul proprio conto è un buon metodo per allontanare l’oblio. La storia è ingigantita dall’affetto, alterata dal piacere di condividerla. Come si giustificheranno alcune mie cazzate, dato che non ho combattuto alcuna guerra?

3. Di ogni racconto è impossibile riuscire a individuare il tasso di realtà, e simmetricamente quello di finzione. Una storia inventata di sana pianta può contenere involontariamente elementi autobiografici o immagini catturate dalla realtà. Raccontare un qualcosa di “vero”, d’altro canto, è metterne in dubbio la veridicità (per questo raccontare per dimostrare la verità di alcuni fatti si rivela fallimentare). Più interessante ancora è raccontare nuovamente quello che qualcuno ci ha già raccontato: questo è elevare la fiction al quadrato. Rielaborare una storia è come criticarla, rinforzare le parti che troviamo particolarmente deboli, reinventare le cose che troviamo insoddisfacenti.

4. Proiettare un Io virtuale qualche metro avanti quello reale, per poi raccontarlo, ha qualche conseguenza. L’uomo reale inizia a inseguire quello virtuale, a grande velocità. Certo l’uomo reale potrebbe non raggiungere mai quello virtuale, un po’ come Achille con la tartaruga. Si guarda spesso con pietà la condizione di Achille, che non può raggiungere la tartaruga, destinato ad un continuo inseguimento. Questo perché non ci si mette nei panni della povera tartaruga. Immaginate di essere inseguiti dal possente Achille, che sopraggiunge alle vostre spalle a velocità doppia rispetto alla vostra, che si fa sempre più vicino, fino ad alitarvi sul collo. Non vi si stringerebbe un po’ il buco del culo? E voi siete molto più grossi di una tartaruga, ecco. Non si prende in considerazione che Achille, incazzato e giunto a distanza ragionevole, possa sferrare un poderoso calcio alla povera tartaruga? Non sarebbe strano, quando giochiamo a calcio e c’è una palla che sta per uscire dal campo se proprio non riusciamo a raggiungerla tentiamo almeno di colpirla prima che superi la linea, se la distanza è ragionevole. Estensione della gamba. Achille non farebbe lo stesso con la tartaruga in prossimità del traguardo? Chi ce lo garantisce? E a questo punto non sarebbe molto meglio, per la tartaruga, conservare le energie e utilizzare i metri di vantaggio per prepararsi come si deve all’idea dell’impatto?
Certo è che se il narratore non fosse mediocre riuscirebbe ad essere Achille, e allora non ci sarebbero più problemi.

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4 pensieri su “Appunti di un narratore mediocre

  1. Che bello che è questo post.

    Mi ci ritrovo in un sacco (ma proprio in un sacco ^^) di cose. Il “sopravvivere” nel ricordo (e nell’affetto) è l’unica forma di immortalità di cui possiamo essere veramente certi. Qualcosa che riesce a sottrarsi alla dittatura del presente che si fa passato, rendendo piuttosto vero il contrario.

  2. Forse scrivere serve a fermare il tempo, o consegnare una parte di verità (o comunque una parte di noi stessi, che non dev’essere per forza biograficamente citabile) in un altro spazio, in un tempo non soggetto al tempo, è come sottrarre un’emozione allo scorrere della vita e fissarla per sempre sulla carta (reale e virtuale che sia).

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