Gran Torino

Prendete questo post così com’è, forse inutile o forse no, ma non so più cosa fare di fronte ad un uomo che non considero tanto un cineasta quanto un terzo genitore.
Ci sarebbe da scrivere parecchio su Gran Torino, ma anche no, ci si potrebbe semplicemente inginocchiare, col volto rigato di lacrime, davanti a questo immenso capolavoro. Facile perdersi nella potente significazione di ogni inquadratura, e si potrebbero fare decine di esempi, ma l’incredibile sincerità con la quale Clint Eastwood (si) mette in scena devasta il cuore e diventa difficile trovare le parole. Forse davvero questo rappresenta il testamento cinematografico di uno dei più grandi cineasti della storia, un’ eredità/insegnamento lasciata ai figli e alle future generazioni. Le tematiche del suo cinema condensate in un unico film: il rapporto tra padri e figli (biologici e non), gli Orfani, la redenzione, la nuova generazione bisognosa di un autista, le rughe della guerra, la possibilità di una vita che non sia la negazione della morte, il sacrificio, il senso di colpa come pioggia di massi dalla quale non si trova riparo. Il classicismo Eastwoodiano (che non è, assolutamente, rigore!) prende licenza più del solito (alcune inquadrature nella scena del pranzo di Walt nella casa della comunità cinese sono particolarmente eloquenti, in tal senso), ed è sempre suprema libertà espressiva che si piega pietosamente davanti ai corpi, incastrandoli nel quadro talvolta separatamente a significare disgregazione (la famiglia biologica con la quale Walt dice di non avere nulla in comune, «ho più cose in comune con questi musi gialli», e con la quale spesso non può nemmeno condividere l’inquadratura: Eastwood è uno dei pochi cineasti ad utilizzare il campo/controcampo come vero simbolo di contrasto) o insieme a significare la congregazione al di là del legame di sangue.
E poi la violenza mimata, il gesto della mano che spara sostituendo(si) (al)la pistola, il fantasma di una guerra che segna per sempre ogni movimento ed espressione. Ma è la guerra che non si può combattere quella che fa più male.
Elegia a quei pochi autisti che sanno ancora dove condurre le esistenze altrui, perché senza la guida dei padri siamo solo orfani senza bussola. Il sacrificio per continuare a (far) vivere, il gesto dell’autista che lascia il posto della sua Ford Gran Torino perché la vita vada avanti.
Poi arrivano i titoli di coda ed è impossibile arrestare il fiume di lacrime.
Grazie, Clint Eastwood, grazie.

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19 pensieri su “Gran Torino

  1. Nonostante il trailer, visto ormai un migliaio di volte, mi abbia lasciato piuttosto freddo (ma non fa comunque testo, quello di “The wrestler”, film che poi ho amato, mi ha recentemente provocato la medesima reazione) ero comunque intenzionato a vederlo.
    Se dopo aver letto varie recensioni (carta stampata e blog), tutte entusiastiche, le mie aspettative erano elevate, dopo aver letto la tua analisi sono praticamente alle stelle!
    Lo andrò a vedere stasera e spero mi doni le stesse sensazioni che hai provato tu.

  2. Quei titoli di coda….mamma mia!!! Ho pianto anche io e tu mi conosci, sai che è raro che ciò accada! Detto questo alcuni “figli” stanno tentando la strada dei “padri” come tu stesso avevi detto in un precedente post che ho condiviso in pieno, alcuni ci sono riusciti in maniera egregia (vedasi Aronofsky), altri secondo me hanno fallito anche se solo in parte il tentativo di ritorno sulla strada maestra (vedasi Fincher, a mio modesto avviso). Al di là di questo, l’ultimo del mitico Eastwood è un capolavoro, non c’è nient’altro da aggiungere.

  3. film meraviglioso, pieno di messaggi e di valori, che in pochi riescono a trasmettere come fa Clint Eastwood..
    ma è vero che questa sarà la sua ultima interpretazione?

  4. mr. hamlin: io dei trailer non mi fido mai ^^
    spero amerai il film, ma è davvero difficile non amarlo
    alessandra: uh ti sei commossa ADDIRITTURA tu?
    capolavoro sì
    riccardo: pare proprio di sì, e non poteva chiudere in maniera migliore a mio avviso

  5. Ah ecco..pensavo che difficilmente si poteva piangere per un personaggio così burbero e rozzo e visto che a me la lacrima è scesa mi sentivo un cretino. Grazie Clint e grazie a tutti voi ragazzi..siete semplicemente fantastici.

    L’ultima immagine, spesso a camera fissa nei suoi film, mi distrugge ogni volta. Poi sentirlo pure cantare..beh,…che parlo a fare.Lo sapete benissimo cosa voglio dire. Meraviglioso.

  6. Eh si Dome, il mio cuore di pietra si è sciolto inesorabilmente. Tutta “colpa” dell’immenso Clint che ci riesce ogni dannatissima volta.

  7. Lo andrò a vedere in settimana con aspettative ENORMI! So già che non verranno deluse: Clint è il Cinema! Ciao, Ale

  8. Già sono emozionato solo sapendo delle tue lacrime. Avevo in programma di vederlo stasera, ma dovrò rimandare di qualche giorno l’appuntamento con le emozioni forti.

  9. Non lo so, a me non è parso un capolavoro. Un bel film sì, ma non un capolavoro: la conversione di Walt è troppo repentina, i suoi figli e nipoti sono troppo macchiettistici per esser verosimili, e tutto sommato non ho visto guizzi registici particolari (un capolavoro non è solo storia storia storia, ci vuole anche una visione, una immaginazione visiva che Eastwood non mi sembra abbia).
    Non so, parere personalissimo.

  10. quale conversione? non ho mai visto, al cinema, un personaggio più coerente
    “ci vuole anche una visione” (non si può dividere il cinema in storia e visione, dato che la definizione di una non può prescidere dalla definizione dell’altra. il cinema è olistico e non ammette addizioni). la regia di Eastwood è perfetta e classica, non solo per la solita questione dei tempi di inquadratura chirurgici o il presunto rigore, classica nel senso che utilizza il classicismo come metodo espressivo (e nel classicismo quei “guizzi” non sono contemplati, e non serve far svolazzare la macchina da presa per fare un capolavoro, è invece importante che lo stile sia “significativo”, e nel cinema eastwoodiano ogni inquadratura è pregna di significato)
    più che di immaginazione visiva è necessario parlare, in Eastwood, di morale visiva
    la questione della verosimiglianza poi, dato che parliamo di cinema, preferisco tralasciarla

  11. Ho goduto della grande ironia di cui era impregnato questo film. I pregiudizi visti con l’ironia si frantumano.
    M’è piaciuto anche il parallelo (le grate che lo separano dall’altro)tra la confessione con il prete e quella con il ragazzo, l’ultima era quella vera, quella liberatoria.
    Grazie Clint
    PS in questo film, lo ammetto, ho riso molto, non ho pianto

  12. Bellissimo commento. Il miglior film della stagione, proprio perchè sincero, mai ruffiano e tecnicamente ineccepibile.

    Quoto quanto hai scritto sul terzo genitore

  13. “(alcune inquadrature nella scena del pranzo di Walt nella casa della comunità cinese sono particolarmente eloquenti, in tal senso)”
    Sono contento che abbia notato anche tu questo aspetto. In sala – assorbito dal ritmo della trama e dallo svolgersi dell’intreccio – non ero sicuro di quest’impressione. E’ interessante vedere come Eastwood sappia poi plasmare il suo stile più di quanto si pensi, come riesca a inserire pur nel suo (neo)classicismo aspetti che – i miopi – tenderebbero a escludere del tutto dal suo cinema. E il connubio che ne risulta fa riferimento a quel genere di film di Eastwood in cui l’emozione irrompe con prepotenza senza scivolare mai nel melodramma stucchevole.

  14. “In sala – assorbito dal ritmo della trama e dallo svolgersi dell’intreccio – non ero sicuro di quest’impressione”
    il “problema” con Eastwood è che si fatica a sentire il peso dell’inquadratura, perché si viene assorbiti verso lo schermo

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