Una storia semplice

Lo scultore in fondo non fa altro che simulare l’operato del vento su scala più piccola. Se il tempo della vita si arrestasse e quello del vento andasse avanti per centinaia di anni i nostri occhi si riaprirebbero su un paesaggio difficile da identificare, scolpito. Basterebbero due fotografie, il prima e il dopo, per giustificare l’artisticità del vento. Forse così questo paesaggio inutile e risaputo riuscirebbe finalmente a sbalordirmi.
Un cazzo di lago artificiale. Era da un po’ di tempo che non ci venivamo. IL cazzo di lago artificiale. Ogni mattina dei tizi riversano centinaia di pesci nel cazzo di lago artificiale, e poi arrivano i pescatori e poi si paga il pescato in base al peso e poi si tirano fuori le griglie e le famiglie felici di passare la Domenica all’aria aperta mangiano felicemente il pesce. Sarebbe molto più divertente che non comprare direttamente il pesce, se solo io sapessi pescare.
Non siamo in molti, ora, c’è qualche anziano venuto a pescare prima dell’arrivo dei Barbari e della terrificante confusione domenicale.
L’acqua è semitorbida, la superficie del lago ondeggia timorosa, i gorgoglii riecheggiano debolmente nell’aria, i pesci sguazzano tranquilli, gli uccelli volano verso un orizzonte da cui sbuca un sole ancora timido. L’acqua riflette il mondo in porzioni discontinue come uno specchio rotto. C’è un’armonia completa e totale, come dopo una lunga battaglia dalla quale congedarsi per curare le ferite.
Provo a pescare mettendo in gioco la pazienza, il tempo che ci separa dal pranzo è ancora lungo.
Meno male che si paga al chilo e non ad ora di pesca, qui!
Sei proprio simpatica, eh…
Sorridi.
La lotta con il primo pesce dura un attimo e quasi mi sorprendo riuscire a spuntarla. Lo metto nel secchio, lo osservo ancora agitato, in preda a movimenti spasmodici, i primi a turbare l’armonia di questa giornata. Dopo di lui ne arrivano altri due, di media grandezza.
Poi i cestini da picnic, i bambini che urlano e giocano, i pesci che si muovono come particelle atomiche surriscaldate. La pesca è finita. Vado a pagare il magro bottino.
Ci sediamo sull’erba e stendiamo una tovaglia. Cucino il pesce su una griglia vagamente arrugginita. Non abbiamo mai parlato molto, a dirla tutta. Non è che non ci sia nulla da dire, solo che non vale la pena aprire la bocca per dirlo.
Sto a guardarti mentre prendi i piatti di plastica e le posate, vorrei fotografare ogni tuo singolo gesto in modo da poterlo replicare all’infinito. E poi mangiamo, mantenendo un silenzio assoluto. Ti guardo ancora e i tuoi occhi rispondono, la visione di te mi isola dal mondo tanto che non sento niente oltre il tuo respiro, non più vento e mandibole cozzanti, non più urla di bambini e gorgoglii dell’acqua, non più versi di uccelli semilontani e borbottii di gente seminuda.
Poi tiro fuori uno stupido televisorino, cerco di orientarne l’antenna, mi siedo di fianco a te e  lo pongo di fronte a noi. C’è il telegiornale e le sue immagini arrivano disturbate, e dopo una decina di innecessari minuti spengo.
Poi all’improvviso mi abbracci con slancio e mi sussurri all’orecchio che ce la caveremo, e ti rispondo che lo credo anch’io. Se fossimo inquadrati da una macchina da presa credo che ora questa indietreggerebbe sempre più fino a ridurci puntini in un campo lungo, appena distinguibili dal paesaggio e quasi tutt’uno col lago artificiale. Forse è così che siamo ora.
Poi, dissolvenza.

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2 pensieri su “Una storia semplice

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