Certe volte non arrivo proprio a capire il perché

Settantatre anni, settantatre cazzo di anni e una fottuta difficoltà a deambulare. Non che sia così urgente per me andare là fuori e contemplare il Decadimento in tutte le sue varie forme e dimensioni, o peggio ancora essere contemplato a mia volta da facce addestrate a suon di imperativi ad una compassione di plastica con la quale onestamente parlando mi ci pulisco il culo. Ecco tutto. Quattro chiacchiere, quattro chiacchiere con qualcuno (ma chi?) non sarebbero assolutamente male. Condividere il terrore, il mio terrore, per quelle macerie che ogni giorno vengono gettate alla rinfusa in grandi camion e portate via. Ogni giorno tonnellate di ricordi che si volatilizzano, fino a quando non ci sarà più nulla a ricordarci chi eravamo. Ecco tutto.
Mi piaceva pescare, fino a quando le ossa non iniziarono inesorabilmente a scriocchiolare ad ogni mio movimento. Stare per ore a inspirare esalazioni di pace, il corpo letteralmente abbandonato in riva al fiume e libero da quel nodo stretto al collo che accompagna gran parte della vita di tutti coloro che sono saliti almeno una volta sul patibolo della disperazione (la vera disperazione e non quella urlata per strada). Ecco tutto.
Voglio salire sul tetto con la mia canna da pesca e mettermi a pescare i polli nell’aia, ecco cosa voglio fare. Con uno sforzo enorme mi alzo dal letto, allarmando la badante. Che si fotta, la badante. Voglio salire su quel tetto con la mia canna da pesca e allora inizio a cercare la canna da pesca ma ricordo esattamente dov’è e la trovo in un lampo e le mie ossa nel mentre cigolano e stridono all’impazzata ma a questo punto il dolore non è nulla, nulla vi dico, che possa annientare il mio gigantesco e improvviso desiderio. La badante urla, le scale sembrano vette invalicabili, ma devo farcela, dobbiamo, io e la mia canna da pesca. E infine sono sul tetto, stremato e distrutto, e mi calo fino al bordo, facendo penzolare le gambe. E prendo la canna e sistemo l’amo e giro il mulinello e lancio, lancio l’amo verso i polli che si dileguano furiosamente in ogni direzione dando vita ad una vera e propria baraonda. Alcuni polli vanno a sbattere contro altri polli. La badante corre caoticamente a chiedere aiuto, alcuni passanti mi guardano divertiti portandosi l’indice alla tempia, per poi avvitarvelo. Cosa c’è di tanto anormale? Vi sembro pazzo? Fottetevi, fottetevi anche voi!
E non riesco più ad alzarmi e ormai il dolore mi trafigge integralmente ma non sento più niente, è come se mi avessero fatto una iniezione di morfina. Sento solo che mi trascinano via dal mio tetto, dalla mia casa, forse si preparano a gettarmi in uno di quei camion.

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3 pensieri su “Certe volte non arrivo proprio a capire il perché

  1. Sei entrato nel cuore profondo di esperienze che vengono considerate “problemi minori”… relegate nella lontananza. Uno spaccato di sofferenza. Un post fantastico!

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