Questa è l’acqua

“Una fusione. Un distillato ottenuto da precipitati e scorie. Stava sprofondando dentro se stessa. Ancor più del dolore, o della nausea, era quella la sensazione che le dava il cancro: l’impressione di adattarsi alla dura e friabile struttura dentro di lei, una struttura centrale fatta solo di ossa nere e fumose sorrette e collegate da un’esile costellazione di nodosità e nervi bianchi, che il caldo di veleni impronunciabili accendeva di un bagliore malato. Cadendo un pezzetto alla volta dentro un punto nero e immobile che finiva col divenire tutto quello che c’era.
Sophie ricordava i malati di tubercolosi da piccola. Adesso la loro sembrava una morte elegante. Dimagrivano e espettoravano sgargianti colori in delicati fazzoletti di seta, impallidivano sempre più, diventavano quarzosi e traslucidi, quasi sbiadissero davanti agli occhi distolti del loro mondo, trasferendo ciò che erano in un altrove alto, freddo e delicato. Angeli erano sembrati, e le lenzuola del letto di un lontano cugino malato erano bianco inamidato, pulite come dovrebbero esserlo le ali. Ma laddove la tubercolosi era stata delicata, eterea, ultraterrena, il cancro era scuro e tozzo. Umidiccio, rovente e centripeto.”

(Solomon Silverfish , David Foster Wallace)

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