Metodologie


Dovrebbe essere facile definire l’apnea come intervallo di tempo che intercorre tra immersione e riemersione, due fasi cruciali del passaggio da una sostanza all’altra (sostanze divise da una superficie). In fondo anche gli astronauti si “immergono” nello Spazio. Anche per quel che riguarda il cinema ci sono cineasti che lavorano sull’immersione in acque profonde (come Werner Herzog e David Lynch) e altri che lavorano sulla (e con la) superficie (come Sam Mendes ma anche come i fratelli Coen).
Oltre all’immersione c’è il volo, decollo ed atterraggio, ascesa e discensione. Sempre di evasione, di ricerca dell’Altro, si tratta. La terra è la solida struttura dalla quale ci congediamo, ma anche la madre che ci (ri)accoglie in un abbraccio. Sostanze diverse (terra e carne) ma in sostanza uguali.
Meccanismi di varia natura vengono offerti per difenderci dalla schizofrenia di massa, non solo immersione e volo, ma anche un comodo vaffanculo. Un esempio pratico. Tra le schizofrenie di massa oggi è di moda l’ansia igienista (probabilmente dovuta ad un certo allarmismo a sua volta dovuto ad una certa malattia vagamente suina). Fai attenzione quando entri in un cinema, non toccare nulla quando sali sul tram, EVITA OGNI FORMA DI CONTATTO, disinfetta (riferito a QUALSIASI cosa). A quando le maschere antigas? Prendete una di quelle persone che elargiscono suggerimenti di questo tipo in maniera intensiva e sfiancante, tenetela al vostro fianco per un lasso di tempo non indifferente, valutate la vostra reazione. Reagite con un «certo che mi piacerebbe proprio versare dell’Amuchina sulla tua gloriosa testa di cazzo». Io ci ho provato e vi assicuro che attenua sensibilmente l’ansia igienista (anche se potrebbe trasformarla in qualcosa di peggiore…).
C’era un motivo per cui ho aperto questo post, davvero, ma probabilmente l’ho dimenticato strada facendo.
Comunque, non è sempre facile trovare dei validi motivi per atterrare o riemergere. A volte sospensione ed apnea sono situazioni transitorie che ci piacerebbe prolungare all’infinito (forse non si può dire lo stesso di una mitragliata perpetua di vaffanculo, ma ora come ora non ci giurerei). Altre volte ancora abbiamo bisogno del pannolone perché l’eventualità dell’evasione ci spaventa e vogliamo restare “a casa”, tenere il confine superficiale ad una distanza di sicurezza. Sostanze diverse (lacrime e cacca), stessa paura di attraversare la superficie (da una parte o dall’altra).
Gli abissi a volte servono anche per gettarci i cadaveri e le cose che vogliamo dimenticare, e cerchiamo un sasso bello pesante a cui legare queste cose, sperando che non tornino mai su. Quando qualcosa riesce poi a svincolarsi e riemergere devi farci i conti. Imparare a provare dolore. E a condividerlo.

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6 pensieri su “Metodologie

  1. Come se l’amuchina bastasse per ripulirci la coscienza. Una veloce lavata di mani per accontentare i pescecani dell’industria farmaceutica e il nostro desiderio di asepsi a buon mercato.

  2. c’è una frase di bion che mi sento di attaccarci in coda a questa cosa che hai scritto, anche se la “cornice” di questa frase è quella che è, può essere o non essere condivisa condivisibile: dobbiamo aiutare i pazienti a recuperare ciò che è nel loro inconscio affinchè possano finalmente dimenticarlo.
    dimenticare, riemergere, condividere.
    imparare a tendere le mani senza paura di sporcarle.

  3. imparare a tendere le mani senza paura di sporcarle, credo sia il nocciolo della questione (e della condivisione).
    grazie per il contributo, credo che far riemergere le cose (e anche scriverne, in qualche forma) sia terapeutico.

  4. Secondo me servono solo scale a pioli per gli abissi, perchè tutto ciò che è là in fondo è ben visibile anche in superficie, non sarà mai dimenticato perchè è sempre stato lì, solo che non vogliamo vederlo.

  5. Imparare a provare dolore. E a condividerlo.

    Due frasi che mi emozionano perché sono due occasioni che perd(o)iamo spesso e pur convivendo col dolore (ma non in sintonia bensì prendendoci a schiaffi) non ho ancora imparato a “partirlo” a fette, ahimé.

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