Synecdoche, New York

Disperazione e morte
Guardare Synecdoche, New York è come continuare a cadere in un pozzo, senza possibilità di uscirne o di vederne il fondo. Caden Cotard, regista di teatro, ci trascina con se nel suo lacerante baratro, nella sua convinzione di essere morto, nelle sue lacrime pre-coito, nella perdita di Adele, la moglie uscita (di colpo) dalla sua vita, oggetto di una ricerca infruttuosa e instancabile, nelle disperate scuse ad una figlia. Kaufman, al suo primo film da regista, non concede meccanismi e scappatoie a Caden. Nessun dispositivo per cancellare dalla mente i ricordi di una persona amata, nessun John Malkovic ad impedire di essere se stessi. Non concede niente allo spettatore affinché possa capire a fondo: è la vita. Non c’è niente di più confuso della vita, dei sogni, delle emozioni. Sono queste le cose di cui il film si nutre senza sosta. E infatti Synecdoche, New York è un’esperienza dolorosa e straziante come poche negli ultimi anni di cinema, un colpo dal quale ci si riprende a stento.

La persona al posto del personaggio
Non è certo una novità che Charlie Kaufman si occupi di crisi di identità e sdoppiamento (Confessioni di una mente pericolosa, Il ladro di orchidee) in modalità che hanno molto a che fare la Trilogia di New York di Paul Auster (e questo film non sfigurerebbe affatto come ipotetico quarto capitolo). Se lo sceneggiatore era un personaggio scritto dal medesimo sceneggiatore (ovvero Charlie Kaufman) nel cruciale Il ladro di orchidee (e il personaggio principale di Città di vetro non accetta di essere Paul Auster? Ok, la smetto…) qui una persona (Philip Seymour Hoffman) interpreta un personaggio che è però a sua volta una persona (Caden Cotard). Nel senso che è praticamente impossibile definire il protagonista come personaggio, non ce la fa ad esserlo (anche se talvolta ci prova), manca completamente una struttura che ci illuda che lo sia. Charlie Kaufman mette in crisi la stessa definizione (istituzione e caratterizzazione) di personaggio, imbeverando il film di dubbi, senza dare a Caden un qualche preciso scopo (ogni personaggio, almeno in teoria, dovrebbe realizzare qualcosa all’interno di una struttura filmica, Caden Cotard invece è inconcludente), senza che per lui ci siano svolte perché tutto vortica ferocemente verso il basso, in caduta libera. L’unico motivo dell’esistenza di Caden è la vita stessa, o più probabilmente la morte.

Psychosis al posto di Sychosis
Persone che diventano personaggi. Sfumature, impossibilità di definire ruoli. Ma anche impossibilità di distinguere i suoni, dato che le parole dallo stesso suono non sono poche in Synecdoche, New York. Cose che sembrano uguali ma che divergono completamente, che si sdoppiano partendo dalla stessa radice. Potrebbe sembrare marginale ma non lo è, anzi la questione è di cruciale importanza. Quella dell’assonanza è la sorgente del film, l’apparenza è la foce. Tutti possono essere tutti (ovvero essere John Malkovic permutato alla migliardesima) e i sogni di tutti possono essere i nostri sogni. Un concerto di voci polifoniche che si sovrappongono in numero sempre maggiore, fino a farci sentire una melodia unica, quella che sgorga direttamente dalle viscere dell’esistenza. Persone diverse che pronunciano le medesime parole (perché si “interpretano” l’un l’altro), parole che però possono significare cose diverse… L’interpretazione è labirintica.

L’arte al posto della vita e della realtà
Caden Cotard vuole mettere in scena la realtà, realizzare un’opera “pura”, perciò utilizza degli attori per interpretare se stesso e le persone che gli stanno vicino (che a loro volta utilizzano attori etc etc). Bisogna recuperare un concetto di Derrida, “La vita è l’origine non rappresentabile della rappresentazione”, per poter affrontare quella che è la sineddoche fondamentale del film. Quello che cerca di eseguire Caden Cotard è un salto verso l’origine, ovvero un tentativo di portare il suo teatro là dove nasce la rappresentazione, cercando di identificare la realtà con l’arte (quando l’arte dovrebbe essere “soltanto” una reazione alla realtà, non la realtà stessa). Un piccolo microcosmo di attori ed edifici dovrebbe rappresentare la vita per intero.

Marionette e burattinai
Il meccanismo dell’interpretazione della vita altrui ad un certo punto diventa troppo grande, contorto e fuori controllo da rivoltarsi contro il regista che lo ha messo in moto. A Canden Cotard alla fine tocca diventare un tassello della sua struttura, interpretare la parte di una “persona minore”. Tramite auricolare gli ordini, i fili che lo muovono, fili che sanciscono il passaggio da burattinaio a marionetta. E la confusione a questo punto si impossessa completamente del film, le persone sfumano.

Microscopie al posto di figure
Synecdoche, New York ha un impianto visivo decisamente simbolico (e un montaggio decisamente “bizzarro”, abbondantemente anarchico), costellato di figure microscopiche (i quadri di Adele, la moglie di Caden, talmente piccoli da necessitare una lente d’ingrandimento), di fluidi/solidi biologici “anomali” (cacche verdi e pipì di colori improbabili), di case perennemente infuocate, di malattie terminali per appassimento di fiori tatuati sul braccio,  di visioni che potrebbero essere nostre e di Codard (immagini su riviste e televisori), oppure (equiprobabilmente) solo di Codard.

Fallimento delle figure, impossibilità a priori, fallimento come riuscita del film
Il tentativo di bypassare la finzione da parte di Codard, ed anche di Kaufman (che cerca di mettere in scena la vita così com’è) non può che essere fallimentare, ma in questo fallimento c’è tutta la grandezza (devastante) del film, dato che il tentativo tiene conto (a priori) dello stesso fallimento. Bisogna ringraziare Kaufman per averci provato e dimostrato che non si può osare così tanto, che ci sono metafore impossibili da effettuare. Che è impossibile rendere nuovamente vero ciò che è già reale.

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6 pensieri su “Synecdoche, New York

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