d.

Le luci scintillano in ordine sparso e l’aria si sfaccetta in una moltitudine di sfumature. Svolta a destra, rotonda, seconda uscita, freccia, stop, ripartenza, semaforo, evita-la-vecchietta, stop. Gli eventi si ripetono tramortiti da orde di inutilità, come fasi di un motore a scoppio che non aziona alcun ingranaggio. Girare a vuoto. Sperare che la giostra si fermi prima che subentri la voglia di vomitare. Stop. Ripartenza. E allora ricambio i sorrisi perché è così che mi hanno insegnato a fare. E allora saluto persone che non mi va di salutare. E allora utilizzo oggetti che non mi va di utilizzare. E parole, espressioni, sospiri, battiti di ciglia. Dosso. Ascoltare tutte le cazzate che ci raccontano sulla vita e la morte. Fanculo la luce bianca in fondo al tunnel. E se morire significasse starsene dietro una porta e bussare per l’eternità senza che nessuno ti possa aprire? Ripartenza.
Ti ricordi di quella volta che ci siamo tenuti per mano tutta la notte, avevamo l’impressione di scambiarci del sangue e di essere veramente qualcosa, qualcosa di cui ci importasse l’esistenza. Prima che potessimo conteplare le ceneri delle nostre emozioni, o le macerie delle nostre vite appese al chiodo di un vago ricordo. Prima dell’inutile semaforo rosso al fondo del vicolo cieco. Retromarcia.

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2 pensieri su “d.

  1. Post bellissimo.
    “…contemplare le ceneri delle nostre emozioni, o le macerie delle nostre vite appese al chiodo di un vago ricordo”. Tanta emozione, per me, nel leggere questa frase.

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