e.

Mentre i corpi devastati dalle scariche elettriche si allontanano là dove la nebbia avvolge e nasconde la terra, ognuno trascinando la propria bara provvisoriamente vuota, mi guardi e hai gli occhi lucidi. Non finiremo così. Ti getto la mia ancora e ti ci agganci, per ora posso farne a meno.
Un vento desolante soffia ed erode ogni simulacro di speranza. Siamo percorsi da continue scosse defibrillanti, dentro un marchingegno tesliano dal generatore invisibile. Non ce lo meritiamo, davvero, ma è una magra consolazione.
Ci sono cose delle quali potresti tranquillamente ignorare l’esistenza, come il sangue finché non cominci a perderlo. La pozza ai tuoi piedi gorgoglia e si incanala verso un definitivo abbandono.
A volte spero che il sole si spenga, che la tua continua sofferenza si dilegui dai miei occhi, che la tua pelle tatuata di ematomi assuma il colore di tutto il resto: un nero imperscrutabile e totale dentro il quale la vista possa perdersi senza vie d’uscita.
Nel mentre continuo a lottare contro il cinismo implacabile del tempo che non si vuole arrestare, contro la sferzante asprezza della chimica che distrugge illudendo di trasformare, contro lo spazio che ci divide e ci allontana.
E sento pulsare la vita, un suono debole ma ancora distinguibile, trascinato a stento dall’aria. E poi la nebbia ci assorbe.

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