L’uomo a cui restava un’ora di vita

L’uomo a cui restava un’ora di vita si chiamava Marco, e non era un malato terminale e nemmeno qualcuno intenzionato a suicidarsi. Non era idoneo alla vita, questo il verdetto di quattro tizi in camice, camici talmente candidi da farti venire la nausea ottica. Dopo attento esame i quattro tizi dissero a Marco che non era idoneo alla vita, e che avrebbero dovuto sopprimerlo. Aggiunsero che lo facevano per il suo bene. Avrebbero dovuto sopprimerlo in una cella umida a suon di bastonate. Marco si sentiva come un cavallo agonizzante a cui somministrare morte come ulteriore dolore anziché sollievo, ma non osò dirlo ai quattro tizi in camice.
Restava un’ora, dopodiché il bastone si sarebbe calato su di lui mosso da una furia cieca e sconfinata, ma Marco continuava a sentirsi poco idoneo alla morte almeno quanto diagnosticarono lo fosse alla vita.
Dato che mancava un’ora alla sua morte decise di vivere il tempo in maniera inconsueta, chiamò giorni i secondi e chiamò mesi i minuti, e si illuse di avere ancora un sacco di tempo a disposizione. La sua mano tremava in sincrono ai battiti cardiaci, ed era troppo teso e triste per riuscire a piangere. Si sdraiò sul lettino freddo e il suo naso gocciolò cascate come un rubinetto spalancato: quello che Marco riuscì a trattenere fu ben poco.
Vai alla voce: ricordi. C’erano molte cose che Marco avrebbe ancora voluto fare e realizzare, come tutti quelli che possono sperare di veder girare l’orologio ancora un po’, ma questo prima della condanna. Quando ti cancellano il futuro devi tornare indietro e proseguire nel passato, e i sogni si polverizzano e crollano le cattedrali che sognavi di progettare. Restano i ricordi, e non avendo molto tempo devi saper scegliere quelli più adatti, quelli per cui è valsa la pena aver trascorso del tempo come pezzo di carne animata. Marco scelse di passare quell’intercapedine temporale a ricordare tutti gli abbracci ricevuti, ogni gesto o manifestazione eloquente d’affetto. Poi pianse, pianse perché gli avevano detto di non essere idoneo a quegli abbracci.
Ma prima che le lacrime si schiantassero sul pavimento la porta della cella si aprì, l’ultima ora ormai esaurita, e un energumeno iniziò a bastonare Marco trasformando il suo corpo in tumefazione ed ematoma, lo bastonò con una violenza inaudita, con la pietà che si riserva ad un balordo, e il sangue grondava e schizzava imbrattando le lenzuola del freddo letto, e le urla facevano vibrare le sbarre e martellavano i timpani, poi gli organi di Marco strisciarono sul pavimento, così l’energumeno cominciò a bastonare il cervello e lo stomaco e il pancreas, e così via fino a che di Marco non rimase che una scivolante poltiglia.
Poi l’energumeno pulì il bastone, avrebbe tanto voluto prendersi un attimo di pausa e riposare ma c’erano ancora molte non-idoneità diagnosticate ad attenderlo.

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5 pensieri su “L’uomo a cui restava un’ora di vita

  1. Molto bello anche questo post. Questi tuoi ultimi tre scritti (i due “bambini” e quest’uomo) sono particolarmente efficaci e dolorosi nel loro delineare solitudini/condanne marchiate a fuoco sulla pelle di individui-persone segnate da qualcosa che queste hanno in più rispetto a tutte le altre. Come se il loro possedere dei “doni” particolari e unici li rendesse in qualche modo invisi ad una massa informe di ex-persone, in grado solo di concepire il distanziarsi dalla norma come un “errore”.

    Leggendo questo post ho pensato a Kaspar Hauser. E ripensando a Kaspar Hauser ho pensato che forse c’è qualcosa di Kaspar in ognuno dei protagonisti di questi 3 post.

  2. sai a chi ho pensato io, mentre leggevo questo post?… al protagonista del libro “il vagabondo delle stelle”. se non l’hai letto, mi permetto di consigliartelo.

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