Nel paese delle creature selvagge

L’opera struggente di un formidabile Re

Mi piace pensare ad un’opera d’arte qualsiasi (testo scritto, audiovisivo e via dicendo) come ad una festa organizzata nella casa architettata dall’artista. C’è la musica e i personaggi ballano, c’è una visione del mondo alla finestra, lo spettatore seduto sulla poltrona, inquadrature e coreografie e metafore, geometrie più o meno euclidee nella disposizione dei muri delle porte e delle persone, un certo grado di logica e di fantasia. Ora l’artista può stare dietro la porta e limitarsi a spiare oppure immaginare cosa accadrebbe se avesse la possibilità di entrare, presentarsi ai personaggi della festa e ballare insieme a loro.
A molti capita o è capitato di scrivere una storia, talvolta può anche capitare di chiedersi quanto si desideri viverla. A me, almeno, capita spesso. Max, il piccolo protagonista di questo film, è uno scrittore (uno scrittore che mette la firma, sulle cose…). Racconta bellissime storie, e finisce per essere inghiottito dalla sua stessa fantasia. Insomma quella porta si apre e Max vive la sua storia (proprio mentre la sta scrivendo), si presenta ai suoi personaggi e chiede di poter ballare con loro (e diventare dunque un personaggio della sua stessa storia), perché lui è il loro Re e quello il suo regno (la sua fantasia). Le storie, se le sai raccontare, ti salvano la vita.
Il film di Jonze infila sottocutaneamente una riflessione sulla scrittura, sulla creazione. Non c’è niente di esposto e spiattellato, tutto è sussurrato e suggerito, ma anche costantemente percepibile. L’atto della creazione è una fuga, la fantasia il luogo dove fuggire e consumare il proprio (lento) apprendistato. Max creando si imbatte nelle contraddizioni di cui è piena la vita, nel dolore nella solitudine e nelle debolezze, impara ad apprezzare il calore di una “famiglia” che dorme ammucchiata, affronta la natura selvaggiamente umana e gli impulsi primordiali di cui è fatta (lo scatto d’ira e la violenza che ne scaturisce, le lacrime, le risate).
Nel paese delle creature selvagge è un film sull’arte e sulla sua stretta relazione con la vita, divide perché pone una visione di entrambe, con la quale confrontarsi. Bisogna scegliere tra cinismo e cuore aperto, tra razionalità ed anarchia, tra solidità del reale e gassosità dei sogni, tra un traguardo a portata di mano e un eterno vagabondaggio. Non si tratta di guardare un film con gli occhi di un bambino ma di darsi una possibilità, quella di poter essere bambini di nuovo. Svuotare il cranio e mettere la propria vita in mano al cuore. Tornare a sentire il pulsare della vita, per un po’, ricordarne il suono. Perdere contatto con la realtà per ritornarvi dentro con qualche consapevolezza in più, o in meno, purché le cose si smuovano. Si fugge per potersi ritrovare.
Ritornare, infine, quando la barca è pronta per affrontare di nuovo le onde. Chiudere quella porta e lasciarsi la festa alle spalle. Il dolore dell’abbandono (della fantasia) e la gioia del riavvicinamento (alla realtà) ululano all’unisono.

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11 pensieri su “Nel paese delle creature selvagge

  1. Vorrei andarlo a rivedere da sola. Lo aspetto da Luglio, purtroppo ho scelto (o meglio loro hanno scelto) la compagnia sbagliata. E uscire dalla sala sentendosi dire “che film di merda ci hai portato a vedere” non è stato piacevole. Io ho amato profondamente ogni scena, la storia, la vitalità delle immagini e i personaggi. Peccato i genitori annoiati in sala, forse un film così, per entrarci veramente dentro, bisognerebbe vederlo da solie poi, forse, condividerlo solo con chi si ama veramente.

  2. ti capisco sai
    a me il film ha commosso molto, perché mi ha ricordato che quello che vedo su uno schermo ha a che fare con la vita, forse soprattutto con la mia in questo caso
    hai ragione, bisogna condividerlo solo con chi si ama veramente, perché ne vale la pena
    per quanto riguarda gli altri, ognuno si tenga quel che si merita

  3. Io però non sarei così perentoria nell'”accusa” a chi non è piaciuto, premettendo che non l’ho ancora visto eh? Nel senso che non tutti hanno la fortuna di riuscire a far prevalere il cuore sulla mente, a volte non si tratta di una scelta, ma proprio di un predisposizione naturale. Comunque adesso capisco molto come mai il film ti ha così emozionato, sicuramente ti sei rivisto moltissimo nel protagonista e in tutta quella sorta di sottotesto sulla scrittura. Mi sbaglio?

  4. La cosa sorprendente è che ognuno riesce a vedere parte di sè nel film, a dargli un’interpretazione tutta sua, e tutte le interpretazioni (almeno quelle che ho letto finora, di gente fidata^^) hanno una loro dignità. E’ raro che una metafora abbia una tale forza.

    MissBlum

  5. Essere di nuovo bambini, giustissimo. Forse m’è mancato un po’ questo spirito, perché pur essendomi garbato molto, il film per me resta irrisolto in certi punti, o forse è solo che l’ho guardato troppo “ignorantemente” da adulto, con un linguaggio e una predisposizione che è del tutto errata (e dico questo non per alludere a una regressione, ma semmai a una lettura della realtà molto più leggera, che affonda in una profondità che è del bambino e che spesso l’adulto perde). Anche perché oltre alla metafora creativa, il film m’è sembrato anche una riuscita rappresentazione – nei suoi momenti migliori – delle ombre, delle incertezze, della solitudine di un’età che troppo spesso consideriamo monoliticamente “ingenua” e “spensierata”.

  6. Mi spiace dissentire, ma il film non è nemmeno paragonabile all’emozione del libro.
    L’ho trovato goffo, lento, senza idee e parecchio scontato. La sola cosa che si salva sono gli straordinari costumi, anche questi, però, lontani dal graffiante segno di Sendak del quale, nella pellicola, mancano del tutto l’affilata ironia e il sottile umorismo.

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