la palla numero 13

Il treno ha un’ora di ritardo, qualcuno lì intorno bestemmia e si agita, la disperazione affiora dalla terra come un tubero sradicato. Tu mantieni una flemma rassegnata all’impossibilità di controllare gli eventi. Gli eventi si vivono e basta, ripeti fra te e te.
Questo è il paese dove sei nato e hai vissuto una buona porzione della tua vita. Ogni odore, ogni suono e qualsiasi cosa entri nel tuo campo visivo evoca o spezza un ricordo. Le cose non sono cambiate molto, solo la superficie è stata lentamente rimodellata.
Entri in un bar, il bar dove avevi speso le ore piovose e buona parte di quelle soleggiate della tua adolescenza. Da anni non metti piede là dentro. La gestione è cambiata, evidentemente, ma il biliardo è sempre là, i grossi neon che illuminano il panno verde sono sempre quelli, i gessetti blu da strofinare sull’apice della stecca sono sempre nello stesso posto, come se in tutto quel tempo fossero rimasti cristallizzati. Due tizi più giovani di te stanno giocando, così ti siedi e li guardi. Stanno giocando a “mezze e piene”, quel gioco che si fa con quindici palle. Le regole sono piuttosto facili: in base alla prima palla che entra in buca ad un giocatore si assegnano le “mezze” e all’altro le “piene”, tutte le piene salvo la nera, la numero otto, che tutti e due i giocatori devono conservare per ultima (pena la sconfitta). La palla numero otto deve essere sbattuta nella stessa buca nella quale è entrata la propria ultima mezza o piena, oppure nella opposta, è una cosa che deve essere concordata prima.
I due tizi non sono molto bravi, saresti in grado di batterli agevolmente. Resti ipnotizzato ad osservarli, mentre l’uragano dei ricordi ti travolge.
Ordini un toast, come ai vecchi tempi.

Le parole sono importanti, a questo pensavi ieri prima di addormentarti. Alle parole bisogna assegnare un grado di urgenza, di necessità. Incastri lettere tra dendriti ed assoni seguendo l’andamento del respiro, il pulsare del cuore, il gorgoglio dell’intestino. Passi ore della tua vita a sceglierle, le parole, perché non vuoi utilizzare quelle che vendono all’ingrosso del linguaggio.
Uno dei due tizi sta per colpire la palla numero tredici, che è una “mezza” come tutte quelle che seguono la otto. Un colpo semplice semplice, la palla delicatamente si avvia verso la buca, resta per un attimo sospesa sopra il panno, congelata. La palla numero tredici significa un paio di cose per te. Prima che avessi visto il film di Buster Keaton ne significava solo una.

Anche la gestualità del corpo ha la sua importanza. Questo lo hai imparato nel sonno, qualche mese fa, immerso in un sogno in bianco e nero. Tu, Buster Keaton e un tavolo da biliardo. Movimenti sinuosi, di una delicatezza inarginabile, le palle che accarezzano il panno. Buster ti stava tenendo testa, nel sogno, ma questo non sembrava importare a nessuno dei due. L’importante era non maltrattare l’armonia di quel momento con inutili parole o violentando le palline. Non hai mai sopportato quelli che tirano forte, affidandosi alla speranza che la palla caramboli in buca seguendo geometrie casuali ed improbabili. Giocando ci si dovrebbe misurare con la tecnica, con l’espressione della propria personalità, con l’intuizione. Le stantuffate dilaniano la fantasia. Non hai mai sopportato neppure quelli che chiacchierano con insistenza durante una partita, quelli che non sanno vivere il silenzio, lasciare che questo si spezzi solo al cozzare delle bilie. Tra te e Buster Keaton in quel sogno c’era quella complicità che solo l’incrociarsi di due sguardi è in grado di rendere palpabile.

La ballerina che danza su una lastra di vetro e i bambini che saltallano in due inquadrature successive di Entr’acte di René Claire, un esempio lampante di suggestione visiva e di associazione libera dalle consequenzialità. Pura narrazione, primordiale, libera da cause ed effetti, dalle catene di logiche dicotomiche che passano al torchio i sentimenti. C’è solo la sontuosità dei gesti a fare da collante.
Vorresti riuscire a scrivere così, associando le cose che vedi in un tessuto di enunciati, usando le sensazioni come punteggiatura.
La palla numero tredici riprende a rotolare sul panno, nel lento viaggio verso la buca, poi la caduta come un tuffo metallico, gli ingranaggi che posizionano la pallina nella zona di stallo, in attesa della prossima partita.

Era una giornata di quelle piovose, anche se il crepitio era coperto dal suono della televisione, che era domenica e c’era il campionato di calcio. La partita era quasi vinta e toccava a te, rimanevano la palla tredici e, logicamente, la otto da imbucare. La otto sarebbe dovuta finire nella stessa buca della tredici. La tredici era facile, quasi dritta per dritta, da piazzare nella buca centrale. Tutti si aspettavano un tiro del genere. Il problema consisteva nel fatto che la numero otto era vicina alla buca in angolo, e sarebbe stato assai complicato riuscire a farla entrare in quella centrale. Colpendo di striscio la tredici e imbucandola nell’angolo la partita sarebbe finita, ma quello era un colpo che richiedeva un certo grado di follia. Decidesti di rischiare quel tiro, dopo averci pensato un paio di minuti,  due minuti quasi integralmente passati ad ingessare la stecca. Andò bene. Ti aspettavi di essere attraversato da una grande gioia, per questo, e invece la tristezza ti distrusse. Il pensiero che questo fosse il massimo che sapevi ottenere dalla tua vita ti fece gettare la stecca a terra, impulsivamente, e correre via di lì, dimenticando l’ombrello nel portaombrelli. Arrivasti a casa fradicio di pioggia e di lacrime.

Il toast è bruciacchiato come piace a te.
Alla fine della strada c’era quella scarpata, hai frenato con tutte le tue forze ma alla fine sei rotolato giù, come la palla numero tredici verso la buca in angolo. Poi aspettavi di risalire e giocare un’altra partita, ma eri così sporco e nessuno voleva tenderti la mano. Così sei rimasto nella zona di stallo ad aspettare. Passarono mesi prima che una persona riuscisse a guardare dietro la terra, le ferite ancora aperte e quelle cicatrizzate. A lanciarti un abbraccio di salvataggio, là sotto.

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6 pensieri su “la palla numero 13

  1. Il controllo degli eventi! I limiti del controllo. : ))
    La realtà è arbitraria. E talvolta il “riflesso” delle cose è più reale delle cose in sè.

    Grande post. E l’accostamento di Moretti, Claire e Buster Keaton produce uno splendido effetto sul “campo totale” della lettura del post.

  2. Il post è meraviglioso… mi verrebbe voglia di commentare un sacco di cose, mi limito a dire che “La palla nr.13” è nella top 10 film ever…

    Un saluto 🙂

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