un vasetto di yogurt

Un sorriso amaro mi segnò il volto. Non che fosse la prima volta che provavo una sensazione simile, ma quella in particolare mi sembrò battezzare una certa consapevolezza. Il vasetto di yogurt giaceva rigido sul tavolo, ancora intatto, a spezzare l’armonia della tovaglia, calamitato da una compostezza assoluta. Intorno a lui quel silenzio che certifica la fine della giornata. La luce clinica del neon proiettava l’ombra del vasetto sopra una regione del tavolo disabitata, uno spazio desolatamente asettico. Quell’odore di nulla in cucina, quello che si sente quando anche la morte è passata da troppo e i cadaveri sono ridotti a poco più che cenere.
Se avessi azionato una telecamera mi sarei posizionato in qualche punto distante, poi con un zoom avrei sottratto la figura allo sfondo, privando il vasetto del contesto al quale i miei occhi non potevano sfuggire.
Lasciai perdere l’idea dell’inquadratura e afferrai un cucchiaino, per lasciare che lo yogurt assolvesse finalmente i suoi doveri. Sin dalle prime cucchiaiate la falsa natura dello yogurt mi parve palese. La sua continua ostentazione di modestia ed omegeneità e quella normalità troppo ricercata per risultare autentica cominciarono a disturbarmi.
Lo yogurt eredita la mitologia del latte, il candore contrapposto all’irruenza del fuoco. La sua leggerezza appartiene più all’immaginario che non al tangibile, è veicolata da sagome pubblicitarie che sembrano volare, quasi integralmente libere dal peso della vita. Lo yogurt era gravido di menzogne, non era se stesso ma quello che io pensavo che fosse e il mio stesso pensiero era a sua volta inquinato dalle istanze tautologiche con le quali ero stato ingozzato. Lo yogurt è lo yogurt, lo yogurt è leggero, Racine è Racine, Fellini è Fellini. Perché Fellini fosse proprio Fellini e non qualcun’altro nessuno volle spiegarmelo mai.
Il barattolo mi riempì pian piano del suo nulla. Lo yogurt si fece d’un tratto pesante nel mio stomaco, ma la sua maschera calò troppo tardi: la digestione era ormai prossima.
Provai a strappare una soggettiva al barattolo. Quello che vedeva era un essere umano o il sunto mitologico di centinaia di inserzioni pubblicitarie, cliché e tautologie? Cosa rappresentavo per lui? Non cercavo forse anche io di vendere un’immagine agli altri per rendermi piacevole? In che cosa eravamo allora differenti? Immaginai di penetrare nel vasetto e aspettare che qualcuno mi mangiasse, sperando che (quel qualcuno) riuscisse a spiegarmelo.

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