Tetro

[alla fine cedo sempre…]


Cromatografia temporale
Quello che riesce a fare Francis Ford Coppola con i colori in Tetro (un film di una densità tale da incendiarsi di significati) è incredibile. Si può dire che il film di Coppola sia integralmente in bianco e nero e che dentro questo film ve ne sia un altro, a colori, una rappresentazione alternativa all’opera teatrale (il cinema sostituisce il teatro) scritta da Tetro, il film di cui lo stesso Tetro (un Vincent Gallo come sempre davvero incontenibile) scrive la sceneggiatura e che Coppola mette in scena per lui. Per questo dell’opera teatrale che alla fine Bennie mette in piedi (e sulla quale Coppola non lascia indugiare il nostro sguardo) ci interessa solo la conclusione: il resto lo abbiamo già visto.
Il bianco e nero è un vero e proprio marchio, Coppola delimita i confini del suo racconto. Nel film infatti un flashback vero e proprio c’è, è l’incontro tra Tetro e Miranda e sono le immagini di Coppola a raccontarlo senza dover passare tramite le parole di Tetro (quelle parole sono ancora proprietà di Tetro, custodite sulle sue ginocchia). Per questo è in bianco e nero, ma con una differenza evidente: in quella scena è il nero a dominare, l’inversione cromatica stabilisce il suo status di divagazione dal racconto principale.
Coppola non è nuovo a questi giochi cromatici, basta ricordarne uno inverso in uno dei suoi (tanti) capolavori: Rusty il selvaggio (e questa non è l’unica cosa che accomuna i due film…). Un film in bianco e nero perché è così che il daltonico Motorcycle Boy vede il mondo, dunque è come se noi vedessimo con i suoi occhi (l’inversione sta appunto in questo: il film visto con gli occhi di un personaggio in questo caso è in bianco e nero e non a colori, come in Tetro). Poi però nel nostro campo visivo irrompono dei pesci colorati, e Coppola ci fa vivere quella meraviglia che Motorcycle Boy (tanto per ricordarlo, anche se non credo ce ne sia bisogno, un incredibile Mickey Rourke) non potrà, ahimè, mai contemplare.
Te(a)tro
Tetro ci ricorda quale sia l’immensa forza del cinema, non a caso omaggia e si ispira a Scarpette Rosse di Powell-Pressburger, film che in una memorabile scena di balletto trasforma il teatro in cinema intorno alla protagonista e davanti ai nostri occhi (raggiungendo l’apice assoluto quando l’applauso del pubblico si trasforma in onde del mare). Il Cinema, può.
Come ho scritto nel paragrafo precedente, le scene a colori in Tetro si fanno carico di sostituire (o meglio ancora inglobare) lo spettacolo teatrale. Il cinema è arte che fagocita arte. Proprio attraverso il (e grazie al) cinema Tetro può finalmente portare a termine la propria opera.
Scrivere è vivere
Cos’è però quell’opera se non la vita stessa? Tetro scrive in codice, cerca di preservare le parole perché non sono soltanto arte ma un passato con il quale dover fare i conti. Man mano che le parole vengono tradotte il passato torna a galla e la scrittura si confonde con la vita a tal punto da necessitare una ristesura, un teatro dentro cui rinascere come finzione.
Tetro non può far altro che affrontare il suo dolore con la scrittura e soffrire ulteriormente nella condivisione (senza esibizionismo), deve andare incontro al destino di uno scrittore, che non nasconde ma rivela.
Scrivere con la luce, guardare attraverso i riflessi
Francis Ford Coppola probabilmente non è ancora pago di quanto già dato al cinema, come fosse un bambino trovatosi per la prima volta di fronte ad un giocattolo sperimenta e trascina il cinema verso il futuro (digitale). C’è (molto spesso) un ripudio dei dialoghi in campo-controcampo in favore di figure riflesse su uno specchio, di ombre sulle pareti, di un finestrino di una automobile il cui vetro separa i corpi ma unisce gli sguardi di Miranda (riflesso) e Tetro in un dialogo non-verbale.
C’è anche una riflessione incredibile sulla luce, quando Tetro illumina la scena (di un’opera teatrale) quasi ci sembra diventato un cineasta: un’artista che scrive con la luce, che è quello che prova a fare anche Coppola saturando il film di bagliori e luccichii quasi stroboscopici. Ci rendiamo allora conto di quanto Tetro sia un film davvero intimo, personale e sentito da parte di un cineasta immenso ed immortale.

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18 pensieri su “Tetro

  1. è sempre un piacere vederti cedere se scrivi in questo modo :). Ho letto e riletto e sottoscrivo tutto.

    Il Cinema può… e Coppola l’ha capito da tanto tempo 🙂

  2. Grandissimo post. : )

    “Tetro” è un manifesto del cinema come arte di scrivere con la luce, lo hai scritto benissimo nel post. Non esiste cesura tra sceneggiatura e regia, in questo film. Tutto è frutto di una unica (formidabile) direzione d’orchestra.
    Francis è una garanzia. E come i suoi vini con gli anni invecchia benissimo.

    : )

  3. L’ utilizzo del bianco e nero è sempre qualcosa che spiazza e allo stesso tempo affascina, focalizza l’attenzione sulle anime dei personaggi e taglia fuori tutto il resto, si ama il cinema proprio per questo.

    Complimenti per il blog e grazie per la visita!

  4. E bello che in un film meravigliosamente assoluto, si colgano suggestioni così diverse…
    bisognerebbe vederlo un paio di volte almeno.
    Abbiamo ritrovato un maestro: non è poco…

  5. Film scritto con la luce, proprio così. Chi non lo pensa non sta bene. Che tu sia benedetto. Che sia benedetto Coppola.

    (a voler fare accostamenti un po’ stupidi, molto stupidi anzi, posso dirti che però preferisco “Un’altra giovinezza”, almeno credo)

  6. Sono d’accordo e bravo ma direi che non hai detto che a volte quest’opera immensa di cinema (dici, invece per me sono decisamente altre) a volte sembra una puntata di amici ovvero (sono tuo padre…. Sono tuo padre… Sono tuo padre…..ora siamo una famiglia ecc.) come pure un’altra giovinezza che era un’accozzaglia molto peggio azzeccata degna del peggior Gilliam e molto peggiore se vogliamo fare stupidi paragoni di the fountain altra accozzaglia ma almeno coraggiosa e con lampi di luce che salivano dal naso invece con gli ultimi film di coppola ci si addormenta da talmente sono deliranti nel peggior senso possibile non fosse per la sua maestria visiva soprattutto in tetro dove gioca con le lampadine divertendosi molto

  7. Con INLAND EMPIRE lynch aveva già detto molto su questo tipo di cromatismi. Tuttavia dici bene tetro dice moltissimo sulla scrittura. Scrivere è davvero vivere anche se (non) si scrive. Posso accettare quasi tutto da un cineasta come Coppola ma c’è sempre qualcosa nei suoi ultimi film che mi fa cadere i cosiddetti e poi tocca cercarli per la sala a luci accese. Comunque gli si vuole bene per carità. Anche se sono propenso all’adorazione del braccio puro e violento del cinema

  8. stefano:
    o ringiovanisce 🙂
    caufield:
    grazie a te!
    marco albanese:
    per me non si era mai perso ^^
    uno di passaggio:
    spero che ne scriva anche tu
    lo sai che per me “un’altra giovinezza” è un’opera notevole, ugualmente densa (il fatto che io abbia amato di più questo è merito di questo e non demerito dell’altro ^^)

  9. william dollace:
    non l’ho detto perché non lo penso, per me la dimensione famigliare nel cinema di Coppola ha sempre avuto la sua importanza e ognuno racconta le storie che preferisce, altrimenti bisognerebbe citare anche alcuni dialoghi dell’ultimo mann (“che cosa vuoi?” “tutto!”), l’importante è che abbiano senso e significato e coerenza all’interno dell’audiovisione che abbiamo di fronte, cosa che avviene nel film di Coppola (come nel film di Mann), che si presenta come saga famigliare per poi riflettere sull’arte…
    sul “peggior Gilliam” non voglio rispondere 🙂
    per me avvicinare anche solo di un chilometro “un’altra giovinezza” a “the fountain” è una bestemmia, soprattutto perché il coraggio di coppola mangia a colazione, in un sol boccone, l’incomunicabilità new age di aronofsky (in quel film, a me in genere aronofsky piace…).
    quest’ulimo coppola è davvero poco delirante e molto lineare, bisogna solo ragionare sui colori per ricostruire la narrazione, il che è già insolito e degno di molta ammirazione, se non altro della mia
    la maestria visiva non è fine a se stessa perché la visione di Coppola (si) riflette sulle cose…
    INLAND EMPIRE a mio avviso ci azzecca poco, diceva altre cose e con un digitale a bassa definizione (cosa da non tralasciare)
    a me invece questo modo di fare cinema piace molto e penso che mi ci ispirerei molto se (ipoteticamente) dovessi girare un film
    a Coppola io non voglio solo bene, per me il cinema non sarebbe il cinema senza Coppola ^^

  10. Rieccomi. : )

    Da buon fanatico dell’aspect ratio (una pittura di Picasso non sarebbe la stessa se ne deformassimo la cornice stirando la tela a nostro piacimento ^^) riflettevo anche sui diversi formati video usati da Coppola nel film. Sono ben 3.
    1) 2.35:1 per il bianco e nero in digitale
    2) 1.85:1 per i flashback (o film nel film, o film di Tetro) a colori in 35mm
    3) 1.33: 1 (4/3) per il brano di “Scarpette rosse”.

    Ci sarebbe ancora da dire molto poi per esempio sulla importanza della registrazione, del suono della voce registrata nei film di Coppola. Dalla Conversazione in poi.

    Su The Fountain non mi pronuncio perchè non l’ho visto. INLAND EMPIRE invece mi sembra una cosa diversa, sebbene questo di Coppola possa essere in qualche modo il “suo” Inland Empire. La differenza sta tutta nelle circonvoluzioni cerebrali di Coppola e Lynch. Molto molto diverse.

  11. william dollace:
    non cambiare il senso di quello che ho detto, ho detto che non ci azzecca nulla con la riflessione sul COLORE attuata da Coppola (tu parlavi di cromatismi, mica di luce, intendiamoci).
    ed anche parlando di luce, mi pare chiaro che i due film continuino a non c’entrare praticamente nulla l’uno con l’altro.
    da te non mi aspetto certi travisamenti di significato: “dice altre cose” è eloquente, non significa “non dice nulla”…
    su The Fountain, se ci vedi della comunicazione, dimmi tu quale, altrimenti ti restituisco il “che film hai visto?”, anzi, lo faccio
    se the fountain non ci azzecca nulla col new age, allora, tantovale che io chiuda questo blog ^^

  12. la luce in INLAND EMPIRE è la chiara guida dello spettatore, da sempre Lynch usa la luce per costruire le divergenze e i contrasti e sulla luce e la sua intermittenza costruisce la sua presenza. Ecc. Ecc.

    The Fountain: a parte il fatto che non è “new age” e basta leggere qualche ottima recensione in giro, a parte il fatto che definire una qualsiasi cosa new age è difficile per la complessità stessa della materia, lo stesso liquidare una visione cinematografica intensa di simbolismi seppur sbilenca con “è un film new age” lo trovo estremamente superficiale, come pure aggiungerci appunto “incomunicabilità”, poi pensala come vuoi, ci mancherebbe.

  13. anche tu non sei andato a fondo nella questione, quindi a quel punto siamo superficiali entrambi
    a meno che “basta leggere qualche ottima recensione in giro” non sia una argomentazione (è invece un ricorso ad una qualche non ben delineata autorità superiore, che non è detto non sia fallace tra l’altro…)
    anche perché potrei facilmente controbattere, dato che ci sono in giro recensioni (magari non altrettanto ottime, chissà) che concordano col mio punto di vista
    più che una visione intensa di simbolismi, un’accozzaglia di simbolismi che non arrivano a significare e a comunicare nulla, o non hanno comunicato un tubo a ME, se preferisci
    comunque il mio scopo non era recensire the fountain ma appunto liquidarlo
    mi sembra chiaro di essere libero di pensarla come voglio e di essere superficiale quanto voglio, ma grazie per il permesso.

  14. non autorità ma parole ed opinioni e visioni alla pari di tutte le altre, e tutto è fallace, poco importa come, comunque chissenefrega tanto questo battibecco da anticamera non porta a nulla

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