# 1

Mentre dalle ringhiere fiorisce la ruggine le miei mani screpolate arretrano di scatto, sorprese dall’improvviso timore che tutto si sbricioli e non possa più essere afferrato. Il silenzio, dicevi, è l’attimo di un tuono dopo la pioggia battente. Silenzio: di questo, paradossalmente, mi parlavi. Il silenzio è sempre provvisorio, costantemente sovrastato dal superfluo che, fattosi suono, irrompe nell’udito. Anche le immagini, dalle cui ora sto arretrando, sono provvisorie: il tempo, scorrendo, le ridipinge.
Un funambolo era morto nell’intervallo fra due spettacoli: si era dimenticato una cosa aggrovigliata alla fune durante la prima esibizione e si rese conto che anche se fosse tornato a cercarla nulla sarebbe stato più uguale. Era il ricordo di un volto amato, fuggito.
Se potessi rivivere l’ultima manciata di secondi passati lotterei inutilmente per un cambiamento o mi rassegnerei a veder riaccadere cose che sono già accadute?
Come un urugano m’investe il ricordo di un volto amato, fuggito. Il tuo. Forse l’incolmabile distanza era l’unico modo che avevi per raggiungere quel silenzio tanto cercato. Ora urlo il tuo nome sperando che il vento recapiti, ma lo spazio diviene fango e i suoni affondano. Lo stesso spietato fango in cui immersi le mie mani per cercarti, l’azione tardiva di un disperato.
Qui l’altalena si ferma, il tempo cessa di oscillare e riprende il suo corso.

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