# 2

A pochi passi dal meridiano la notte, tendo una mano per sentirla sui polpastrelli, è densa di tenebre, fredda, quasi carcassa. Un buio incontrastato spegne il paesaggio alla vista, il suo eco richiama in vita i suoni, un sussurrare all’infinito di esistenze invisibili, nascoste chissà dove. Le onde del mare si spezzano dove la luce ha preso fuoco, un timido bagliore lunare persiste indomito sulla superficie dell’acqua. Le cose ancora vivono, anche se sgonfie di colori. Spesso dimentichiamo un attimo dopo aver visto, la luce trascina le immagini sul carro dei morti. La notte, al contrario, è memoria. Ciò che sorpassa il muro della mezzanotte diventa cicatrice.
Nel rumore più assoluto prende forma l’allucinazione del passato, come se una mano invisibile pescasse nel grembo dei ricordi. Il buio d’un tratto si colora di volti, di carezze e rassicurazioni remote. Incipit che non sfociano, a volte ti ci agganci e da lì parti, riscrivendo il fiume fino alla sorgente. Speri che questo fantasticare riesca a salvarti la vita.
Mi sento come le frasi tronche che continuamente pregano di essere ultimate, come tutte quelle cose che restano sospese dentro progetti che non riescono ad esplodere, come un film che si esaurisce dopo due o tre inquadrature. Di questi frammenti ne ho piena la casa: sulla pelle nuda tagliano come lame.

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